Solo un Senato decadente può far decadere il Cav

Votare la soppressione brutale e non politica dell'avversario è da codardi

Solo un Senato decadente può far decadere il Cav

Questo è un articolo sull'orgoglio del Parlamento. Quell'orgoglio sul quale ormai tutti sputano sopra. Il Parlamento, ecco la cognizione che si è persa, è quanto di più sacro appartenga a una democrazia.
Dico subito dove voglio andare a parare: sul voto sulla decadenza di Berlusconi che forse (se non interverrà prima la Corte costituzionale) andrà prima o poi in aula, nella bell'aula dai velluti rossi dove andranno a sedersi anche i quattro eminenti italiani - lo dico senza ironia - di nomina regia e che avranno comunque diritto di voto: un diritto dubitabile quando è determinante, perché non rappresenta alcun mandato dei cittadini.
Il voto degli eminenti senatori a vita, passati e presenti, mi ricorda quel che rispose Oscar Wilde quando scese dalla nave Arizona che lo sbarcò a New York il 2 gennaio 1882 all'agente della dogana che gli chiedeva se aveva nulla da dichiarare: «Nothing, but my genious». Ecco, sarebbe una buona cosa se il voto di chi occupa uno scranno al Senato per la propria certificata genialità, non annullasse quello - meno geniale - dei rozzi eletti dal popolo.
Fra i nuovi senatori ho un vivido e folgorante ricordo di Rubbia. Quando gli fu assegnato il premio Nobel, la Rai mandò in onda un documentario in cui lo si vedeva sulla porta del suo studio al Synchrotron Light Laboratory di Trieste, mentre con voce sferzante respingeva un seccatore: «Io per lei non ho tempo. È chiaro?».
Sarebbe molto appropriato se questi illustri signori, insieme a tutti i senatori della Repubblica, trovassero il tempo per riflettere sul decoro dell'istituzione di cui fanno parte.
Io vorrei che non fosse votata la decadenza del senatore Berlusconi. Ho sempre votato così in ogni caso di ipotizzata decadenza di un membro delle due Camere, persino quando era lui stesso a farne richiesta. E questo per un motivo di patriottismo repubblicano che prescinde dalle opinioni politiche e dalle personali simpatie e antipatie: il Parlamento non consegna i suoi membri agli sbirri, come si diceva un secolo fa, ma è arrivato persino a proteggere gli assassini: e ne abbiamo visti in Parlamento, colpiti da condanna per omicidio plurimo per fatti di molto successivi la fine della guerra. Il senatore Lucio Malan ha spesso ricordato il caso del partigiano Moranino protetto dal Parlamento benché avesse assassinato delle donne soltanto per impedir loro di testimoniare. Talvolta le Camere sono venute meno a questo dovere parlamentare, ma non ne hanno guadagnato in onore.
Vorrei anche dire, specialmente ai miei ex colleghi senatori del Pd, che è assolutamente falso che il Senato debba «ratificare» un provvedimento già preso, come atto dovuto. È una balla: se è questo che intendete, che volete liquidare con un voto alla nuca il leader avversario che non siete riusciti a battere nelle urne, non nascondetevi e ditelo apertamente.
Se però il Senato è chiamato a votare, vuol dire che ha libertà di scelta. E se c'è libertà di scelta, vuol dire che c'è scelta. E se c'è scelta, vuol dire che esiste la scelta pienamente legittima di votare contro. Nessuno pensi di poter allargare le braccia con l'aria di chi esegue la prescrizione di un medico, dicendo «non potevamo fare altro». Se non si potesse fare altro, non si voterebbe.
Se si vota, si può fare altro e si deve fare altro perché se è un'onta sull'onore del Parlamento dar via la legittimità di un rappresentante, è senz'altro un delitto politico dar via la rappresentanza del più alto rappresentante del partito che in Italia fronteggia la sinistra. Votare per la soppressione brutale e non politica dell'avversario, è da codardi. Uccidere col veleno chi non si è capaci di battere con la spada, è da codardi.
Tutto ciò riguarda il caso Berlusconi, ma prima ancora l'onore del Parlamento. In Inghilterra, quando la regina si presenta in Parlamento deve bussare. Il cerimoniale ricorda la filogenesi della storia: gli ordini esterni al Parlamento (che non sono affatto «poteri» perché non viviamo nella Francia del 1789 e l'unico e solo potere interamente nelle mani del popolo, senza briciole d'avanzo è quello del Parlamento) devono chinarsi per rispetto davanti alle assemblee, e con lo sguardo basso. So benissimo che vaneggio e che non è così: questo è quello che accadrebbe se fossimo un Paese con una spina dorsale, con un orgoglio repubblicano, un patriottismo parlamentare. Invece siamo il Paese dei girotondi e della gogna, la patria del conformismo, dell'indignazione a comando e di don Abbondio. È la nostra maledizione scritta sul Dna di Pinocchio e del Carattere degli italiani decrittato due secoli fa da Leopardi, che solo per questo meriterebbe un Nobel postumo alla genetica.
Ma è anche bello illudersi. E così vogliamo illuderci che arrivi un soprassalto di dignità dall'anima della Repubblica e che i senatori possano trovare la forza di tirare su il mento - chin up! dicono gli inglesi - dicendo no. No, perché nel tempio della democrazia politica non si sottoscrive l'esecuzione di un protagonista assoluto della politica. Il Parlamento non è il braccio della morte, ma della volontà popolare che si esprime attraverso la delega. Un Parlamento che sopprime il capo dei delegati di metà della nazione non sarebbe più un Parlamento ma una macelleria.

segue a pagina 3

Cramer a pagina 3

di Paolo Guzzanti

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