Oggi, 7 ottobre, giornata piena. Fino a ieri con i nostri compagni eravamo un po’ in crisi: non sapevano se alzarsi presto e fare una tirata unica con tutti gli eventi pro Pal o cominciare più tardi e poi a una certa andare ad Assago a vedere il concerto della Pausini. Uno di quei dilemmi tipo: difendiamo le colonnine per le cariche elettriche o i rom che le rubano per vendersi il rame? E alla fine non se ne viene fuori.
Comunque. Noi stamattina per non sbagliare ci siamo dati appuntamento alla mezza, non si sa di che ora. Il militante pro Pal non si sveglia: insorge. Alle 11 è vibrato lo smartphone. Quello con la cover «Free Palestine» comprata su Amazon. Era una notifica della chat «Collettivo Autonomo in Lotta». La chat «Intifada» esiste ancora ma è stata abbandonata dopo una scissione sull’uso dell’asterisco. Comunque abbiamo risposto che ci saremmo stati, non avendo niente da fare. Viviamo in un bilocale all’Isola: l’affitto lo paga mamma, notaio a Como.
Alla fine verso le 12 ci siano trovati alla Cascina Torchiera, zona Musocco. Oltre a noi c’erano: la Ceci, mezza età, commessa con contratto part time, loft in fondo a viale Monza, molto credente ma poco credibile, però simpatica, ex modella: per anni ha esibito il corpo come un oggetto per guadagnare, dopo ha fatto la femminista; una di quelle donne che muoiono di vecchiaia a quarant’anni. Poi Osvaldo, 46 anni, insegnante precario, abita a Gratosoglio ma pieno di soldi che gli passa il padre, uno in fissa con Raimo e Tozzi: hai presente quegli ecologisti accucciati nel consumismo? Ecco... E infine Pier, il più giovane, non so da quanto è fuori corso: una volta a 30 anni si era uomini fatti e finiti; oggi sono solo fatti e finiti. Insomma, tutti guerriglieri di papà, incendiari di cose altrui e conservatori delle proprie. Incapaci di vedere chiaro nelle idee proprie, condannano sempre quelle degli altri.
Però dai, siamo tutti militanti, quindi abbiamo deciso di andare al corteo. Pronti eravamo già pronti: kefiah usata acquistata su Vinted, felpa oversize di un marchio in effetti molto costoso ma che «ha una filiera etica». Zainetto con dentro un saggio sul terzomondismo di Frantz Fanon, mai aperto, e una borraccia in alluminio. Se tirata bene, fa male. Il look si chiama «resistenza». In altri tempi si sarebbero chiamato «saldi». L’importante è essere critici verso qualsiasi forma di capitalismo.
Alle 12,30, assemblea al Barrio’s. L’ordine del giorno era un solo punto: stabilire l’ordine del giorno. Durata tre ore. A un certo punto qualcuno ha proposto di boicottare un giornalista che anni fa mise un like sotto un gol del Maccabi Tel Aviv. Mozione approvata. Il giornalista poi non sa niente: si occupa di sport.
Il pranzo è stato veloce. Poke bowl con salmone norvegese, perché la lotta di classe non si fa a stomaco vuoto e nemmeno coi carboidrati. Abbiamo pagato con Apple Pay. Il capitalismo va abbattuto, ma con il contactless si fa prima.
Ore 15,30: finalmente il corteo. La messa cantata dell’antagonismo. Gli slogan sono sempre gli stessi: neanche ce li ricordiamo. Ma poi? Quale è il fiume? E quale il mare? Boh... Però c’erano tutti. Pezzi di gerontocrazia sessantottina. Pensionati. Cgil. Pierfrancesco Majorino, una di quelle persone che non si accontenta di essere infelice, ma ha anche il bisogno che gli altri lo siano. E persino Guidoberto, non lo vedevamo da anni: uno dei collettivi di sinistra, barbone e kefiah, che faceva casino fuori dalla facoltà già nel 1998. Non è cambiato nulla... Tutta gente che confonde ancora l’attivismo col vandalismo.
In ogni caso. In piazza eravamo tanti. Abbiamo filmiamo tutto, rigorosamente in verticale. Per un momento temevamo finisse come in Francia. Del resto siamo nella città in cui, come osservava Renzo Tramaglino, distruggere i forni non è certo il metodo migliore per ottenere il pane. Però alla fine è andata bene. Si fronteggiavano i sostenitori della guerra e quelli della pace. Ma per fortuna quelli per la pace erano meglio armati.
Alle 19 era già finito tutto. Aperitivino sui Navigli: Spritz Campari. L’Aperol è troppo mainstream. La discussione si è accesa quando una compagna ha fatto notare che il corteo «non era abbastanza intersezionale». Sono volate accuse di privilegio bianco tra persone tutte bianche, tutte privilegiate. Alla fine si decide che la colpa è del patriarcato, che mette d’accordo tutti.
Ore 21. Cena con Deliveroo. Il rider è arrivato sotto la pioggia, in bici, pagato a cottimo. Non gli lasciamo la mancia, ma sulla porta lo salutiamo col pugno chiuso. Il proletariato va sostenuto. Simbolicamente.
Ore 23. Olè. Serie su Netflix! Guardiamo Fauda, quella sì che spacca, altro che Naza. Ma non lo diciamo a nessuno. Poi nanna, che venerdì c’è lo sciopero generale, prima del ponte lungo. Vabbè. C’è tempo per l’ultima storia su Instagram. Il tramonto, un’anguria, una citazione di Gramsci da Wikiquote. Tornati dal bagno c’erano già 17 like! La mamma, notaio a Como, ha messo il cuoricino. Alla fine è l’unica che finanzia davvero la causa.
