Sigfrido Ranucci si congeda da Report annunciando la «madre di tutte le battaglie» per il giornalismo d’inchiesta. Un bla-bla di prammatica: quando la realtà ti stringe al collo, meglio scappare in crociata. Mentre Ranucci indicava colpevoli tra destra, governo e Angelucci, il destino tramava nel suo salotto. Il mandante dell’attentato è Valter Lavitola, il suo sodale, quello che frequentava il suo giro un giorno sì e l’altro pure.
Ma ecco il dettaglio che inceppa la narrazione del grande indagatore: dalle indagini emerge che, al momento del sopralluogo dei bombaroli, le due auto esplose davanti a casa sua non c’erano. Erano altrove. Eppure, la bomba è esplosa esattamente su quei veicoli. L’ordine ricevuto da Gomes Tavares era un generico «mettete una bomba davanti casa». Chi ha fornito la dritta precisa sulle auto agli esecutori materiali?
Se Ranucci vuole davvero onorare l’inchiesta, inizi a indagare in casa propria. È un mistero degno di un servizio, non di una
difesa d’ufficio. Ingroia, col suo 0,9% dopo la stagione dei martiri, insegna che l’aura di vittima scade in fretta. Sigfrido, prima di salvare il giornalismo, ci spieghi chi sapeva dove parcheggiava. E si ricordi che la vera inchiesta sul suo attentato non la stanno portando avanti i giornali di destra, ma la procura di Roma.
