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Tutto in otto giorni. L’sms di Sigfrido e il blitz di Tavares. È giallo sulle auto

I pm si chiedono perché il conduttore abbia dovuto dire a Lavitola dell’esistenza dei veicoli poi saltati in aria

Lo scoppio Il 16 ottobre 2025 attentato sotto casa Ranucci

Il cerchio si stringe. Al pm Edoardo De Santis, giovedì 27 agosto, i bombaroli hanno chiarito anche i tempi di preparazione dell’attentato contro Sigfrido Ranucci. Incrociando le chat e il racconto degli esecutori c’è un aspetto che emerge: Ranucci invia il messaggio al mandante reo confesso Lavitola sull’indicazione delle due auto (poi colpite dalla bomba) 8 giorni prima che Valter e il factotum Clesio Tavares effettuassero il sopralluogo in via Po (dove c’è la sua abitazione). Ma solo a inizio a ottobre Tavares arruola la banda: dopo il messaggio di Ranucci e il sopralluogo con Lavitola. La testimonianza che Pellegrino D’Avino rende nel corso dell’interrogatorio chiarisce l’inizio del loro «mandato»: «A inizio ottobre avevo bisogno di lavorare. Incrocio Tavares e gli chiedo un aiuto. Lui mi propone di mettere una bomba a Roma. Ma vuole parlare prima con mio padre (Antonio Passariello ndr)». Il racconto di D’Avino segna un momento decisivo: a inizio ottobre il camerunense aggancia la banda proponendo l’esecuzione di un’azione criminale la cui organizzazione sembrava già definita e solo da ultimare. Alla luce di questa sequenza temporale ben scandita, e delle loro dichiarazioni, bisogna tornare al 7 settembre, il giorno in cui avviene lo scambio di messaggi tra Lavitola e Ranucci. Quest’ultimo scrive: «Via Po 91, Torvaglianica. Trovi villetta bianca con auto posteggiate. Due auto». Le due auto che esploderanno ma che Lavitola, in sede di interrogatorio, ha definito un errore: «L’obiettivo non erano le auto». Tornando alle date: il 7 settembre Ranucci indica a Lavitola le macchine, che evidentemente il faccendiere non aveva mai potuto vedere visto che lui girava con l’auto della scorta.

Il 9 settembre, due giorni dopo, Lavitola e Ranucci (mandante e vittima) si vedono nuovamente. Il 15 settembre è un giorno chiave: Tavares arriva a Roma. Fa tappa prima al Bistrot di Monteverde, poi con Lavitola viene intercettato (grazie alle celle telefoniche) nella zona di casa Ranucci. Per gli inquirenti è il giorno dell’unico sopralluogo del faccendiere e del primo del camerunense. A quel punto Tavares fa ritorno a Napoli e inizia a sondare i possibili autori. E così i primi di ottobre (il 2 o il 3) Clesio aggancia D’Avino. L’accordo è fatto.

Il 10 ottobre, 6 giorni prima della bomba, avviene la spedizione decisiva a Pomezia: con Clesio ci saranno D’Avino, la compagna Marika De Filippis e Saverio Mutone. Lì c’è il colpo di scena: le auto non ci sono. L’ordine è solo di piazzare una bomba sotto casa. Si tratta della prima volta che gli esecutori materiali vedono casa Ranucci.

Ma l’assenza delle auto che poi esploderanno (una Ford Ka e una Opel Adam) non è un dettaglio, perché la notte del 16 ottobre la bomba sarà piazzata sulla parte anteriore della Opel. Chi ha segnalato le due auto ai bombaroli? Quelle auto non compaiono in nessuna intercettazione inserita nell’ordinanza, se non per il messaggio di Ranucci a Lavitola la sera del 7 settembre. E, ricostruendo le prime dichiarazioni, Ranucci davanti ai carabinieri dice di aver pensato fin da subito, fin da quando era ancora dentro l’appartamento, che fosse un’azione contro di lui e che riguardasse proprio l’auto: «Consapevole che si fosse trattato di un’esplosione che potesse riguardare la bombola del gas dell’auto, mi recavo all’esterno per verificare quanto accaduto». Un fiuto incredibile.

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