Una lezione di patriottismo a Roberto Vannacci. A impartirla è il tenente colonnello Gianfranco Paglia, che dal palco della Festa dell’Ottimismo del Foglio punta il dito contro il generale e le sue uscite pubbliche. Nel mirino non ci sono soltanto le posizioni politiche del leader di Futuro Nazionale, ma soprattutto il rapporto tra il giuramento di fedeltà alla Repubblica e le responsabilità di chi ha indossato una divisa.
“Vannacci? Un militare dovrebbe essere patriota sempre”, la sua sottolineatura: “Quando giuri fedeltà al tuo paese dovresti ricordare quel giuramento anche quando decidi di fare politica. Ho fatto anch’io politica, ma ho sempre rispettato l’uniforme che ho indossato”. Parole nette, quelle di Paglia, che rivendica il significato del patriottismo per chi ha scelto di servire lo Stato: “Per un militare è normale credere nel proprio paese, onorare quel giuramento sapendo che ti può portare anche a sacrificare la tua vita. Chiunque può essere un patriota”.
Ma è soprattutto sulle conseguenze delle dichiarazioni di Vannacci che il tenente colonnello pone l’accento. Secondo Paglia, certe affermazioni del generale finiscono per danneggiare l’immagine delle Forze armate, costringendole “a doversi difendere dall’opinione pubblica” e a precisare che un militare “non è razzista, non è sessista, non è omofobo”. Insomma, il problema non è soltanto ciò che dice Vannacci, ma anche il peso che quelle parole rischiano di scaricare su chi continua a prestare servizio.
Paglia si sofferma anche sulle minacce di morte ricevute per aver “osato” criticare il leader di Futuro Nazionale. Il suo commento è perentorio: “Premesso che io non mi devo difendere da nessuno, perché comunque viviamo in democrazia e c’è la libertà di opinione. Ci sta che da dietro a una tastiera un nativo della Romania stranamente abbia deciso di pensare che con un 7.62 mi potesse togliere la vita. Ovviamente non ci sono riusciti i somali (riferimento all’agguato subito a Mogadiscio il 2 luglio del 1993, quando perse l’uso delle gambe, ndr), figuriamoci se ci può riuscire un rumeno”.
Altro terreno di scontro è quello della sicurezza nelle città. Paglia contesta l’idea che basti schierare i soldati per risolvere i problemi di ordine pubblico e mette in guardia dal rischio di evocare metodi incompatibili con uno Stato democratico. “Quando si pensa che in una città basti mandare i militari per fare dei rastrellamenti, mi viene da pensare che quelle cose le ho viste fare in Russia, da reparti speciali che bloccavano persone e le portano via. Per fortuna qui abbiamo una Repubblica e queste cose non le vedremo mai”.
Non manca una stoccata sulla spesa militare. Paglia evidenzia la contraddizione tra la richiesta di aumentare la presenza dell’esercito nelle strade e quella di ridurre le risorse destinate alla difesa: “Non c’è coerenza, e fa ancora più male quando a dirlo è qualcuno che ha indossato l’uniforme per quarant’anni”. Un riferimento tutt’altro che velato al passato militare di Vannacci.
Infine il capitolo Ucraina, sul quale il tenente colonnello ribadisce la necessità di sostenere Kiev e respinge l’idea di contrapporre la difesa militare alla ricerca della pace: “Abbiamo il dovere sacrosanto di proteggerla. Noi vogliamo portare la pace, siamo i primi pacifisti, sapendo che quando ci sparano addosso siamo noi a rimetterci la vita”.
