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Un video inchioda l'Ong ma per il gip non c'è prova

La consegna sospetta dei migranti era stata filmata e pubblicata dal Giornale Ma nonostante le accuse del pm, il procedimento sul comandante dell’Aita Mari è fermo

La manovra La consegna sospetta dei migranti in mezzo al mare, che ha coinvolto [TESTO][/TESTO]la nave «Aita Mari», risale all'estate 2024

«Il comandante della nave Aita Mari, battente bandiera spagnola, di proprietà della Ong Salvamento Maritimo Humanitario, in concorso con altre persone allo stato non identificate, effettuava il trasporto illegale di 34 stranieri nel territorio dello Stato italiano». Inizia così l’avviso di conclusione delle indagini preliminari presentata lo scorso dicembre dal pubblico ministero, Angela Scorza. Magistrato controcorrente, titolare pure dell’inchiesta sui medici che non mandano i migranti nei Cpr. La consegna sospetta in mezzo al mare era stata filmata e il Giornale aveva pubblicato il video. Però non sono bastate le immagini evidenti. Il procedimento, che ha indagato il comandante della Aita Mari per favoreggiamento dell’immigrazione clandestina aggravato, langue sul tavolo del Giudice per le indagini preliminare a Ravenna, pronto ad archiviare il caso. «Il pm voleva andare a giudizio ma le prove raccolte, oltre al filmato, non delineavano in modo sufficiente la condotta del comandante» spiega con amarezza una fonte del Giornale. Nonostante la dettagliata descrizione del recupero davanti alla Libia il 15 luglio 2024. «L’imbarcazione dei migranti arrivava poco fuori dalla acque territoriali (della Libia nda) accompagnata da un gommone grigio cabinato della milizia libica con a bordo tre persone» si legge nell’avviso di conclusione delle indagini preliminari. «Poco dopo sopraggiungevano altre due imbarcazioni libiche i cui occupanti si avvicinavano al natante cabinato intraprendendo una concitata interlocuzione terminata la quale, uno degli occupanti del gommone grigio, con un segno della mano, dava il via all’equipaggio della Aita Mari per iniziare le operazioni di trasbordo dei migranti» continua la ricostruzione del Pubblico ministero. «Terminate le operazioni, due degli occupanti di altre due imbarcazioni nel frattempo sopraggiunte saltavano sullo scafo utilizzato dai migranti, recuperandolo, e si allontanava - conclude - Dando luogo in tal modo ad una consegna concordata».

Il comandante indagato è lo spagnolo, Simon Francisco Vidal Ferrandis, classe 1988. Nell’ottobre dello scorso anno si è distinto come uno dei «capitani» della Flotilla diretta a Gaza. Fermato dalle autorità israeliane si è autodefinito «collaboratore nelle operazioni di salvataggio marittimo e nei movimenti femministi e antirazzisti».

Il Giornale aveva sottolineato, che nel video del recupero dei 34 migranti, a Nord di Zawiya, hub del traffico di esseri umani, si vede chiaramente un libico in maglietta verde militare a bordo di un fuoribordo con bandiera nazionale e dell’antiterrorismo. Muovendo la mano fa segno ripetutamente agli «umanitari» di avvicinarsi per portarsi via i migranti. Non solo: su uno scafo dipinto di nero ci sono i trafficanti di esseri umani, che in seguito verranno individuati dalla polizia libica. Da Tripoli, però, nessuna collaborazione alle indagini.

Il personaggio più influente dell’area era un ex ufficiale della Guardia costiera, Abdul-Rahman Milad, detto «Bidja». Il famoso personaggio è stato ucciso a Tripoli un mese e mezzo dopo il recupero dei migranti imbarcati sull’Aita Mari e portati a Ravenna. Dal video è evidente che le tre imbarcazioni libiche aspettano l’imbarco dei migranti sulla nave del Salvamento marittimo humanitario. Un solo migrante si getta in mare dalla prua, ma sembra più uno show che altro. La Ong del mare coinvolta è stata finanziata dal governo regionale basco. La polizia libica ha identificato tre personaggi coinvolti nelle partenze dei migranti a bordo della lancia nera e del grosso gommone militare. Si tratta di Hadi Qouma, trafficante di esseri umani di Zawiya, Ahmed Shagan alias «Shushu», responsabile per la protezione garantita dalla Guardia costiera collusa, fuori dal controllo di Tripoli e Alaa Nasr altro trafficante.

Tutto inutile: norme, cavilli giudiziari, difficoltà nel reperire prove ufficiali e archiviazioni facili hanno affossato l’inchiesta con la «grazia» annunciata per il capitano attivista.