Ieri tre lettere di licenziamento ai redattori dell’Unità, che hanno ricostituito da un paio d’anni il giornale del Partito Comunista acquistandone la testata e quindi adesso è tutto in piena confusione, anche se ciò che accade in fondo è un segno che persino il direttore Piero Sansonetti può considerare buono. Significa che la testata che lui ha fatto sopravvivere dando vita a cronache, dibattiti e articoli di fondo interessa realmente il partito della Schlein. D’altra parte, senza l’Unità, il campo largo si eviterebbe di avere un giornale, pur competendo per Palazzo Chigi. Ma più che altro c’è l’ovvia tendenza, dettata dalle esigenze della Schlein, di recuperare il comando di quel giornale piuttosto che abbandonarlo a una piccola frazione che si è rimboccata le maniche facendolo uscire ogni giorno, ma sempre con la consapevolezza di non rappresentare se stessa.
Su tutti i toto futuri direttori, Sansonetti compreso, e molti altri, troppo presto per andare a caccia di candidati volenterosi che sono pronti a prendersi sulle spalle un giornale da smontare e ricostruire ad immagine e somiglianza, chissà quale, della coalizione del campo largo. Sarebbe una vittoria priva di senso quella di lasciare l’Unità fuori dalla tradizione del partito, visto che finora c’è stato chi ha lavorato molto per farne un’immagine, sia pure personalistica, propria, vagamente raccordata alla sua tradizione.
Si è aperto evidentemente già un grande cantiere per vedere cosa fare di questa testata storica. Quando l’Unità chiuse dopo una specie di gay pride un po’ libertario e un po’ stalinista, era evidente che la testata, pagata in contanti dall’editore, avrebbe dovuto essere prima o poi rimessa nelle mani dovute. Ciononostante, l’editore e Sansonietti hanno avuto un gran coraggio a far vivere qualcosa che nel frattempo avrebbe potuto morire di inedia e di oblio, senza lasciare alcun ricordo di sé.
