Istruzioni per un controfestival di Mantova

Alla larga da Mazzantini, Lella Costa e De Luca. Meglio puntare su scrittori-alpinisti e autori minori Manuale di sopravvivenza per i frequentatori della rassegna culturale più glamour del momento

Istruzioni per un controfestival di Mantova

Erri De Luca, no, c’è sempre troppo poca sostanza dietro la sua ieraticità muratoriale. Roberto Calasso, no, tanto a tarda rentrée lo ritroverete a Milano in contesti più chic (leggi: sale con rosati affreschi di Tiepolo e vista sul carnivoro parco Mine-Haha). Valerio Massimo Manfredi, no, fate prima al settore «libri&varie» del vostro ipermercato. Margaret Mazzantini, no, per carità, e poi ha appena vinto il Campiello dedicandolo a un’entità anonima ma remunerativa sul piano dell’immagine, «ai tanti bambini morti di Sarajevo». Umberto Galimberti, «Mr. Fotocopia», no, nemmeno lui, perché molto probabilmente l’avete già letto e ascoltato altrove, a vostra insaputa. Lella Costa, no: basterebbe titolo e copertina e risvolto biografico del suo ultimo La sindrome di Gertrude per scappare a gambe levate.

E allora, che si fa quest’anno a Mantova? Come evitare l’«effetto McDonald’s» del festival, con il tè delle cinque avec l’auteur al posto della Coca Cola? Come spendere bene il proprio tempo sempre più prezioso, evitando incontri dal sonoro appeal mediatico (di cui sopra) ma in fondo già visti e stravisti - e un po’ conformisti? Noi un’idea di contro-festival un po’ ce la siamo fatta, declinandola sotto le mentite ma inevitabili spoglie di un «manuale di sopravvivenza». Sono consigli, neh, poi liberi tutti.

Se non siete dei fan viscerali del premio Nobel Nadine Gordimer (di cui ad ogni modo Feltrinelli dovrebbe ripubblicare di corsa gli introvabili La figlia di Burger e Il mondo tardoborghese) saltate il suo incontro di domani a Palazzo Ducale, «Africa ad alta voce», appunto perché le cose dette ad alta voce - eccezion fatta per Nietzsche - non sono mai granché, e poi perché è chiaro che è stato messo lì per avere un’inaugurazione col botto. Piuttosto, cenate a Valeggio sul Mincio in attesa che arrivino le 22.30 e poi recatevi a Palazzo Magnaguti, dove si terrà «Ars amandi», una serie di letture da Saffo, Catullo, Marziale, Ovidio.

Giovedì doveva arrivare Alan Sillitoe, quello della Solitudine del maratoneta (mica dei numeri primi. Sillitoe ormai è un classicone british à la Ken Loach), ma non viene più. Però c’è la sterminata cultura ebraica di Paolo de Benedetti, uno dei nostri più insigni biblisti, alle 11 al Seminario Vescovile per «Il verme di San Francesco», un’esegesi del Cantico di Frate Sole. Un buon e francescano tema su cui meditare, prima di partire per il Garda a fare una breve visita in motoscafo alla villa di Catullo (pensando ciascuno alla propria Lesbia) e poi ritornare a Mantova per le 19.15, quando Walter Bonatti - un’istituzione dell’alpinismo estremo - parlerà, sempre al Seminario Vescovile, con lo scrittore Enrico Camanni di uno dei filoni editoriali più popolari di quest’anno: quello dei libri di montagna (ricordiamo il successo dell’ultima edizione di LetterAltura). A mezzanotte di giovedì sarete stanchi, ma bevete un caffè doppio. A palazzo Te c’è l’evento par excellence del festival di Mantova 2009. Ovverossia c’è... «Nella tana della nebbia»! Come dire: lo smarrimento è garantito, e dello spirito e del corpo.

«Si tratta di - ci racconta lo scrittore-guida della serata (che si replicherà venerdì) Stefano Scansani - un percorso nella materia prima di questo angolo di Val Padana: la nebbia, nello specifico quella mantovana, così peculiare per via delle paludi che circondano la città. Circa 500 persone potranno diplomarsi “cacciatori di nebbia”. A settembre la nebbia è ancora in letargo, ma noi la riproduciamo con mezzi tecnici e letterari, ispirandoci al mito di Fetonte, che precipitando dal cielo nel Po creò uno tsunami che generò la nebbia. Sotto il Po c’è il Tartaro, d’altra parte, secondo i greci. Senza la nebbia - su cui ho scritto non a caso La fabbrica della nebbia - non avremmo certi salami e formaggi come il grana e il parmigiano, l’aceto balsamico, nonché il lambrusco, che frizza perché si ciba del gas della terra, vale a dire di nebbia. È dunque giusto celebrarla, come hanno fatto Fellini e Antonioni, Cochi e Renato, o Paolo Conte con la sua Fisarmonica di Stradella, dove la nebbia è un “bicchiere di acqua e anice” ed è bello starci dentro insieme alla persona amata. E ricordo anche lo chef Massimo Bottura e il suo eccentrico piatto “Nebbia in Val Padana”».

Venerdì mattina - quando tutta questa nebbia si sarà dissolta al sole - svegliatevi presto e cercate un’impossibile ubiquità, poiché verso le dieci c’è Herta Müller a Palazzo Ducale e Santo Piazzese a Palazzo D’Arco. La prima è una scrittrice romena di lingua tedesca visionaria e traumatizzante (Il paese delle prugne verdi, ed. Keller, titolo originale Herztier, «La bestia nel cuore»). Il secondo, Santo Piazzese - che parlerà di cosa accade quando il Mediterraneo si tinge di noir - be’, diciamo che i suoi gialli palermitani sono meglio di Camilleri. Nel pomeriggio, alle 15, fate una concessione alla classifica dei libri più venduti e andate a vedere Denise Epstein, la figlia di Irène Némirovsky, al teatro Ariston: probabile usciranno dalle sue labbra ricordi preziosi. Se invece avete trovato noiosa Suite francese (salvo la prima parte, la fuga da Parigi, of course) aspettate ancora tre ore e nella stessa chiesa, alle 18.30, potrete parlare di avvincenti feuilleton con Anne-Marie Garat, autrice di Il quaderno ungherese (il Saggiatore). Sono vere, insomma, le lacrime del feuilleton? Girate la domanda a Muriel Barbery, autrice di L’eleganza del riccio, che sarà a piazza Castello alla stessa ora.

E poi alle 22 Ugo Cornia leggerà Giorgio Manganelli in piazza Concordia. Se siete lettori di Jacques Ellul e Ivan Illich, o fiancheggiatori di una decrescita serena, o odiatori di archistar e metropoli, o magari anche solo ortolani, ecco che sabato alle 15, alla chiesa di San Maurizio, c’è l’incontro Silvia Pérez-Vitoria, autrice per Jaca Book di Il ritorno dei contadini e premio Nonino di quest’anno. Sempre sabato, alle 17, a Palazzo Ducale, l’omaggio a uno dei più grandi poeti del ’900, il greco Ghiannis Ritsos. Non bello e seduttore come il conterraneo (e premio Nobel) Odysseus Elytis, non calmo e diplomatico come il conterraneo (e premio Nobel) Giorgios Seferis, il senza Nobel Ritsos è di tutti, però, il più amante della vita, questa «ferita nell’inesistenza».

Essendo stato annullato l’appuntamento di Ermanno Olmi con uno dei più nascosti, intensi e incredibili registi italiani, Franco Piavoli - basterebbe Al primo soffio di vento per non tornare più al cinema questo autunno - consoliamoci in chiusura festival, domenica alle 18.30 a palazzo San Sebastiano, con un altro grande della settima arte: Claude Lanzmann, regista di Shoah.