Marina Gersony
«Milano? Dovrebbe sfruttare meglio le sue risorse. Ci vorrebbero più spazi pubblici per larte contemporanea e dovrebbe essere più cosmopolita, come Londra, Parigi o Berlino. Non parliamo poi destate, quando tutto si ferma e fa scappare i turisti. Meno male che è arrivato settembre». Alta e sottile come un giunco, Iva Kontic vive a Milano da cinque anni e già si batte per una città che considera ormai «sua». Nata a Belgrado nel 1982, figlia unica di un padre che fa il fisico e la madre leconomista, nella mente ha ancora fresche le immagini della guerra nonostante allora fosse soltanto una bambina. Ne parla a fatica. «Mia madre è croata e mio padre montenegrino - racconta -. Sono distinzioni che si fanno soltanto adesso. Prima del conflitto nessuno evidenziava la propria appartenenza etnica. Si viveva insieme nella tolleranza e nel rispetto reciproco. La guerra ha scardinato gli equilibri. Quello che è certo è che hanno sofferto più gli adulti rispetto a noi ragazzi. Si sono trovati in mezzo a un disastro dopo aver vissuto in un clima di pace. Noi non avevamo la possibilità di fare paragoni con un prima migliore. Siamo cresciuti in un contesto di tensione ma non conoscevamo altro e quindi ci siamo adattati. E poi la guerra, quella vera, si è consumata in Croazia, in Bosnia e in Kossovo».
Iva ha il tono pragmatico di chi non ama crogiolarsi nel passato e preferisce guardare avanti. Da quel 1999 in cui le bombe cadevano su Belgrado, lei - come altri coetanei - aspirava soltanto a costruirsi un avvenire in un Paese ferito che doveva ricominciare da capo. «Da noi cè un tasso di cultura altissimo - spiega la ragazza -, ma i migliori non riuscivano a trovare risposte adeguate alla loro preparazione così finivano con landare allestero. E poi cera lembargo, la gente era sfiduciata, la società era ripiegata su se stessa e chiusa verso lesterno». Iva rifiuta quel mondo. Vuole scappare, andare allestero, respirare aria nuova. «Milano mi attirava per la posizione geografica e le buone scuole, come lAccademia di Brera che gode di un certo prestigio internazionale».
Arriva a Milano nel 2001. Come prima cosa siscrive a un corso ditaliano e poi a Brera: «In un mondo dove sempre più persone si spostano per cercare lavoro, la prima cosa da fare è imparare la lingua del posto. Altrimenti non si va da nessuna parte». Iva sinserisce senza difficoltà: ha molti amici, studia e trova anche il tempo di fare delle mostre che le danno subito visibilità e successo. Un professore la nota, la segnala a un gallerista e il gioco è fatto. Espone in una collettiva presso la Galleria Obraz e subito dopo la chiamano per una personale nella primavera del 2005 dove i suoi quadri (non «portraits» ma «pictures» come in «The Picture of Dorian Grey» di Oscar Wilde), vanno a ruba: «Dipingo solo i volti di gente che conosco e con cui cè uno scambio affettivo. Cerco di cogliere gli aspetti interiori collegati alla mia sensibilità». E sono immense, potenti e suggestive le tele acriliche di questa giovane artista piena di talento. «Attualmente sto facendo la tesi sul linguaggio cinematografico e le arti visive. Minteressa la contaminazione tra le arti, un linguaggio nuovo e globale.
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