Jaruzelski alla sbarra venticinque anni dopo

Nel 1981 soffocò Solidarnosc con la legge marziale. Smentita dagli storici la teoria del pericolo di un’invasione sovietica

Roberto Fabbri

Venticinque anni dopo, la giustizia polacca presenta il conto a Wojciech Jaruzelski. Il 13 dicembre 1981 l’uomo forte del regime comunista di Varsavia aveva imposto nel suo Paese la legge marziale, procedendo all’arresto e all’internamento di migliaia di persone e soffocando le speranze di democrazia coraggiosamente portate avanti nelle fabbriche e nelle piazze dal sindacato indipendente Solidarnosc. Oggi l’ottantaduenne ex segretario del Poup (il partito comunista polacco) è stato ufficialmente accusato di «crimini comunisti» e rischia otto anni di carcere.
Il giudizio storico su Jaruzelski è controverso, e non solo in Polonia. Diversi osservatori presero le sue difese sostenendo che la privazione delle (già assai relative) libertà civili era stato l’unico modo per risparmiare alla Polonia il dramma di un’invasione sovietica come quella della Cecoslovacchia nel 1968. Ma tanti altri storici, anche sulla base dei documenti consultati negli ultimi anni in diversi archivi che all’epoca erano segreti, come quello del Patto di Varsavia, sono giunti alla conclusiome che quel rischio non fosse reale e che la repressione (costata la vita a un centinaio di persone e l’emigrazione forzata all’estero a centinaia di migliaia) abbia in ultima analisi soltanto ritardato l’inevitabile fine del comunismo nell’Europa orientale.
In particolare, Jaruzelski è chiamato a rispondere di aver presieduto fino al dicembre 1982 il Wrona (Consiglio militare di salvezza nazionale), che gestì la legge marziale ed è oggi considerata un’organizzazione fuorilegge.
La legge marziale in Polonia fu revocata nel luglio 1983, un mese dopo una trionfale visita di papa Wojtyla. Nel 1990 Lech Walesa, leader di Solidarnosc che Jaruzelski aveva costretto alla clandestinità, fu eletto presidente della Repubblica.

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