L’appello sulla libertà di stampa? Firmo anche se penso il contrario

Il francese Cohn Bendit aderisce, poi all’Unità dice che non esiste rischio dittatura. È l’ultima moda tra gli intellettuali: mettere un autografo perché non si può mancare

Si firma per firmare. Che bello il proprio nome sul giornale, fa sempre un certo effetto. Dov’è che si può mettere la propria sigla? Reale o virtuale è identico, un banchetto o un sito internet fa lo stesso. Bisogna esserci il giorno dopo, su Repubblica: «Oggi ha firmato tizio». E tizio apre il giornale e si sente fiero, perché aggiunge se stesso agli altri, ai pari, al circo intellettuale che conta. Non serve essere d’accordo per forza, perché altrimenti non ci sarebbero casi come quello del leader ambientalista francese Daniel Cohn Bendit che ha firmato l’appello di Repubblica per la libertà di stampa e poi s’è fatto intervistare dall’Unità: «Assurdo paragonare Berlusconi a Mussolini. Non ci sono le prigioni per i dissidenti, lui ha il consenso della maggioranza e il centrosinistra ha semplicemente perso. Certo, controlla i media in modo diverso da tutti gli altri leader europei, ma questa non è una novità». Il giornalista dell’Unità scrive, capisce e non vuole crederci. Si deve chiedere perché Bendit firma l’appello di Repubblica. Allora incalza: pensa che l’opposizione dovrebbe puntare sulla vicenda escort? «È una vicenda importante ma non conta. Politicamente non sarà decisiva, perché Berlusconi in questa storia esprime un carattere tipico del maschio italiano. E a tanta gente di questa storia frega pochissimo». Il collega dell’Unità deve incassare un’altra risposta inattesa. E di nuovo deve pensare la stessa cosa: ma perché ha firmato? In fondo l’appello parte da lì, da Patrizia D’Addario e dalle altre escort. Se non c’è un regime, se i giornali sono liberi e se delle ragazze non importa nulla, perché mettere il proprio nome nelle centinaia di migliaia firme che ogni giorno Repubblica racconta con orgoglio?
Il problema non è il contenuto, allora. È esserci, come sempre. Perché non si spiega neppure il motivo di tanti nomi stranieri. «Dall’estero arriva l'adesione di Helen Mirren, premio Oscar per l'interpretazione della Regina Elisabetta in The Queen», scriveva tronfio il giornale di Ezio Mauro qualche giorno fa. La domanda però è solo una: ma che ne sa Helen Mirren della libertà di stampa in Italia? Grande attrice, d’accordo, però che cosa conosce del nostro Paese? Quante volte ha letto un nostro giornale? È tutto superfluo, per Repubblica, per noi e però anche per loro. Cioè per chi firma. Evidentemente non conta. È come se ci fosse un circo intellettual-spettacolare che entra in questa storia per il gusto di non rimanere fuori. La libertà di stampa gli offre l’opportunità di firmare, ma ci si collega alla piazza della contestazione per non restare soli. Se firma uno devono farlo tutti. Non si può non capirli, in fondo. Uno come Jorg Burmeister saprà certamente quante volte Repubblica ha dovuto censurare uno scoop. Lui che è presidente International Association Group Psycho Therapy and Group processes, non può non firmare. Altrimenti il mondo non saprebbe neanche chi sia. È un appello irresistibile: non il testo, ma la chiamata. Esisti solo se sei nell’elenco di Repubblica, tra un Al Zarkawi e un altro tarocco, ha deciso di esserci anche Sting che ieri aveva addirittura due titoli sul quotidiano di Ezio Mauro: quello sulla libertà di stampa e quello di un’intervista musicale. Va bene, Sting ha casa in Italia e leggerà anche i giornali italiani, ma qui la scena esilarante dev’essere stata un’altra: il collega di Repubblica che intervistandolo deve avergli chiesto di mettere l’autografo sull’appello del suo giornale. Tipo i ragazzi che chiedono una firma per la droga o una per gli animali in via d’estinzione. Perché o è andata così, oppure a Repubblica hanno fatto una brutta figura: cioè hanno pubblicato l’intervista solo perché aveva firmato l’appello. Resta che adesso c’è anche lui e con lui, Timothy Garton Ash, il quale certamente sa tutto della libertà di stampa. Così come gli scrittori spagnoli Javier Cercas e Paco Ignacio Taibo II. E lo scrittore tedesco Peter Schneider? Anche lui è informato e soprattutto interessato. Certamente s’è documentata nei dettagli anche Tilda Swinton, la Strega Bianca delle Cronache di Narnia, premio Oscar come Helen Mirren e in grado di non capire una sola parola di italiano nelle interviste, ma perfettamente conscia dell’importanza dell’appello di Repubblica. Il regista greco Costa-Gavras uguale. Gli altri intellettuali pure: Tullio Gregory, David Grossman, Marek Halter, Claude Lanzmann, Jacques Le Goff. Poi i premi Nobel, gli economisti, i professori. Un nome per firmare, un nome per esserci. Dove si firma? Il banchetto virtuale gira sempre nel mondo: uno tira l’altro, se c’è uno ci sarà anche un altro, perché il circo è pur sempre un cerchio e bisogna chiuderlo: dentro ci può essere qualunque cosa, compreso il nulla. L’importante è chi forma il contorno. C’è una vocale sola di differenza. Una «o» al posto di una «i». Però il significato è lo stesso. Perché così la firma è forma. La libertà di stampa in Italia potrebbe essere anche la campagna per liberare i conigli grigi dalle gabbie. Se c’è una raccolta di adesioni l’intellettuale c’è. Grafomane e presenzialista. Un autografo non si nega a prescindere, però si può smentire con un’intervista.