L’impresa-Italia tiene, ma piena di debiti

L’indagine di Mediobanca su 2.022 società di grande e media dimensione, resa nota ieri, aiuta a capire la portata della crisi economica. Il dato più confortante è che il 2008, l’anno in cui la crisi finanziaria si è trasferita nell’economia reale, è stato un anno di importante tenuta: nonostante il progressivo deteriorarsi dalla congiuntura internazionale, peggiorato nel secondo trimestre, le principali società italiane hanno visto nel loro insieme un nuovo importante incremento del fatturato (+6%), sia all’interno (+5,5%) che all’estero (+7,4%). In questo senso il consuntivo delle società energetiche (+21,6%) è stato determinante, visto che il settore manifatturiero ha segnato un modesto più 0,1%, che comunque significa «tenuta». Nel 2008 si è registrato un significativo calo degli utili operativi (-13,5%) e di quelli netti (-16,1%), ma non va dimenticato che il confronto è con il 2007, un anno-record difficilmente ripetibile. Va poi segnalato che si è registrato un forte calo delle imposte, con gli oneri tributari diminuiti del 40% negli ultimi due anni. Nel 2008 le imprese italiane hanno fatto ricorso all’indebitamento per 17,4 miliardi, non tanto per finanziare acquisizioni, come nel 2007, ma piuttosto per coprire gli esborsi dei dividendi giunti alla cifra record di 31 miliardi. Il campione utilizzato da Mediobanca ha comunque un limite: considera un ampio numero di imprese grandi e medie (circa il 50% dell’industria italiana) ma non le piccole, alle quali la crisi ha portato, oltre al calo della produzione, anche il blocco dei pagamenti dei clienti. Le piccole imprese sono in buona parte fornitrici di quelle più grandi, e il braccio di ferro sui pagamenti vede proprio opposte le due categorie.
«La vera crisi - osserva Mediobanca - si vedrà nei risultati del 2009». Il primo semestre è stato analizzato soprattutto sulla base dei risultati delle società quotate in Borsa, più tempestivamente accessibili, e le indicazioni sono tutt’altro che positive. Il picco della crisi, rileva lo studio, si è verificato nel primo trimestre del 2009, mentre i dati del primo semestre portano i vari centri di previsione a stimare una caduta del Pil anno su anno intorno al 5%. I dati di un campione (40% del fatturato) delle società considerate nell’indagine (quelle di dimensioni maggiori) indicano cali di fatturato tra il 14% (manifattura) e il 17% (energia); i margini operativi si sono ridotti del 30% nelle società energetiche e di oltre il 60% nel manifatturiero; per quest’ultimo, tenuto conto del saldo oneri e proventi finanziari (peggiorato per il minore apporto di utili provenienti da società consociate) il risultato corrente ante imposte accusa un calo di quasi l’80% (-30% l’energia).
A questo punto, un quesito di rilievo riguarda la capacità di resistenza del sistema produttivo italiano, travolto nel 2009 da un vero tsunamì. Si tratta di capire, in altre parole, se le imprese abbiano sufficiente liquidità che consenta loro di attendere la ripresa. Lo studio di Mediobanca osserva come il livello relativamente elevato degli utili del 2008 abbia consentito di mantenere sostanzialmente intatta la consistenza patrimoniale del dicembre 2008 (pur con un aumento del 3% dei debiti finanziari). Il problema è legato alla durata della crisi: se il giro di boa è già avvenuto, e se - come tutti si augurano - verso fine anno l’economia riprenderà a crescere, allora il sistema avrà tenuto: si tratterà al massimo di leccarsi le ferite. Se, viceversa, la crisi dovesse prolungarsi nella situazione attuale, con un calo superiore al 20% sia per la produzione che per l’export, allora il rischio che la struttura patrimoniale delle imprese si deteriori sarà realistico.
Più deboli le piccole, anche per la necessità delle grandi di riportare all’interno produzioni prima esternalizzate. Ma le piccole imprese compensano, spesso, la maggiore esposizione con una flessibilità superiore.

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