Lampedusa, strage dei bambini nel 2013: due ufficiali a giudizio

Il processo è per i presunti ritardi nei soccorsi di un barcone di migranti siriani affondato l’11 ottobre del 2013 in acque maltesi

Lampedusa, strage dei bambini nel 2013: due ufficiali a giudizio

Ci sarà un processo a Roma per i presunti ritardi nei soccorsi di un barcone di migranti siriani affondato l’11 ottobre del 2013 in acque maltesi, a poca distanza da Lampedusa, con oltre 200 sopravvissuti, 26 morti e una stima di 260 dispersi (tra cui una sessantina di bambini).

Lo ha deciso il gup Bernadette Nicotra che ha rinviato a giudizio due ufficiali, Leopoldo Manna, comandante responsabile della sala operativa della Guardia Costiera, e Luca Licciardi, comandante della sala operativa della squadra navale della Marina, accusati dal pm Sergio Colaiocco di rifiuto d’atti d’ufficio e omicidio colposo. Il processo avrà inizio il 3 dicembre prossimo davanti ai giudici della seconda sezione penale del tribunale. Tra le parti civili costituite figurano le associazioni "A buon diritto" e l’Asgi (Associazione studi giuridici sull'immigrazione) oltre a una trentina di persone, familiari delle vittime.

Secondo quanto ricostruito da L’Espresso nella primavera del 2017, un pattugliatore della Marina italiana in quel pomeriggio dell’11 ottobre 2013 era a sole 10 miglia dal barcone che stava affondando a 61 miglia da Lampedusa. Il peschereccio partito dalla Libia con 480 persone era stato colpito da raffiche di mitra. Il settimanale aveva a disposizione gli audio delle chiamate: la prima fu di un medico siriano a bordo che alle 12.39 telefonò alla sala operativa della Guardia costiera italiana. L’Espresso sostiene che la barca fu abbandonata a se stessa per cinque ore, nonostante le ripetute richieste d’aiuto.

La procura aveva inizialmente sollecitato l’archiviazione dell’inchiesta ritenendo che nessun illecito penalmente rilevante si potesse configurare dietro i presunti ritardi legati al naufragio. Ma il gip nel novembre del 2017 rifiutò l’archiviazione, sostenendo che ci fu un “buco” di circa 45 minuti nella decisione di intervento delle autorità italiane, così come sollecitato dai maltesi alla luce dell’intervenuto pericolo imminente di naufragio, che potrebbe essere stato determinante per la tragedia. “Le leggi del mare, le convenzioni internazionali, il codice della navigazione e il codice penale imponevano – scriveva il gip nell’ordinanza – di intervenire tempestivamente in soccorso dei naufraghi che si trovavano palesemente in situazione di pericolo”.

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