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L'Iran, le opzioni di Trump e i costi di un attacco

All'interno di questo quadro analitico, le infrastrutture energetiche iraniane emergono come uno dei potenziali centri di gravità

L'Iran, le opzioni di Trump e i costi di un attacco

Nel caso in cui gli Stati Uniti non avessero l'intenzione di limitarsi a una semplice dimostrazione di forza o al primo stadio di una pressione incrementale, ma mirassero a esercitare uno shock iniziale massiccio, concepito per produrre effetti irreversibili, avrebbero già potuto attaccare senza attendere un visibile potenziamento del dispositivo militare dispiegato a ridosso del Golfo Persico.

Questo perché dal punto di vista strettamente operativo, qualora l'obiettivo fosse quello di incidere in modo strutturale sulla rilevanza strategica di Teheran, piuttosto che limitarne temporaneamente il comportamento, anche la presenza della portaerei Abraham Lincoln, all'inizio di questa crisi nel Mar cinese meridionale, è tutt'altro che determinate.

In realtà, un'operazione di attacco decisivo potrebbe teoricamente essere condotta anche facendo ricorso esclusivo a mezzi navali sottomarini, sfruttando piattaforme più numerose delle portaerei e, quindi, molto probabilmente già presenti nell'area.

I quattro sottomarini lanciamissili da crociera della classe Ohio rappresentano assetti concepiti per missioni di attacco convenzionale su larga scala e in piena sorpresa. Tali piattaforme sono in grado di imbarcare un numero particolarmente elevato di missili da attacco terrestre a lungo raggio e ad alta precisione, consentendo l'ingaggio simultaneo di un ampio insieme di obiettivi. A questi si devono verosimilmente aggiungere diversi sottomarini d'attacco della classe Virginia, caratterizzati da una capacità missilistica più limitata ma compensata da una maggiore flessibilità operativa e da una presenza più continuativa nei teatri di interesse strategico.

Nell'insieme, anche solo queste tre unità sottomarine della US Navy sono in grado di esercitare un volume di fuoco superiore ai centocinquanta missili da crociera a lungo raggio ed elevata precisione. Un potenziale più che adeguato a sostenere una prima ondata concentrata contro un insieme ristretto, ma sistemicamente critico, di bersagli.

All'interno di questo quadro analitico, le infrastrutture energetiche iraniane emergono come uno dei potenziali centri di gravità. Limitando l'attenzione alle grandi raffinerie e ai principali terminal e hub di esportazione, il numero di siti realmente decisivi è relativamente contenuto, nell'ordine di una decina.

L'impiego di circa dieci missili su ciascuno di questi impianti sarebbe adeguato a garantirne una paralisi almeno nel medio periodo. La perdita oppure il danneggiamento prolungato di questi nodi industriali e logistici di grandi dimensioni comprometterebbe in modo rilevante l'intero sistema energetico nazionale, con effetti che si misurerebbero in mesi, forse anche in anni, certo non in giorni.

Al tempo stesso, è necessario evidenziare che le conseguenze di un'azione del genere andrebbero ben oltre il piano militare. Internamente, la distruzione delle risorse energetiche colpirebbe direttamente la capacità dello Stato iraniano di generare entrate, sostenere servizi essenziali e mantenere la coesione economica e sociale. Ovviamente, quale strumento di coercizione politica ed eventualmente di cambiamento di regime, avrebbe effetti anche più efficaci di un altro round di sanzioni economico-commerciali.

Sul piano esterno, l'interruzione delle esportazioni iraniane avrebbe un impatto diretto sulla Cina, che negli ultimi anni ha utilizzato il petrolio iraniano per il suo fabbisogno energetico. Costringere Pechino a perdere questa fonte significherebbe aumentarne i costi, ridurne le opzioni e dimostrare la vulnerabilità delle sue catene di approvvigionamento in un contesto di competizione globale.

In questa prospettiva, gli effetti sul mercato energetico globale, pur significativi, potrebbero esser considerati come gestibili da Washington, soprattutto alla luce della posizione degli Stati Uniti come grande produttore ed esportatore.

L'eventuale riallocazione dei flussi potrebbe inoltre riaprire con il passare del tempo spazi per altri fornitori, incluso il Venezuela, che in un simile scenario assumerebbe un valore strategico come alternativa controllabile e politicamente spendibile, superando le ritrosie manifestate dalle grandi compagnie petrolifere circa la ripresa degli investimenti in quel Paese.

Per quanto riguarda la politica interna statunitense, il costo in capitale politico di un attacco del genere verrebbe mitigato dall'assenza di truppe di terra e di una missione di stabilizzazione, riducendo di molto l'impatto dell'operazione sul fronte domestico.

Questa scelta appare cruciale per non alienare l'elettorato di quell'America First per il quale il rifiuto di nuovi impegni bellici a lungo termine è un dogma centrale. È poi da notare che preservare la coesione con questo elettorato di riferimento è un qualcosa d'indispensabile per l'attuale amministrazione in vista delle elezioni di Medio Termine, dove la tenuta del nucleo identitario del movimento risulterà decisiva per l'esito del voto.

Alla luce di queste considerazioni, la decisione di attendere il pieno consolidamento degli assetti aeronavali nella regione, nonostante la quasi certa disponibilità immediata di capacità già significative, può essere interpretata come indicativa di un approccio relativamente cauto.

Invece che risolversi in un attacco missilistico tanto di ampia portata quanto distruttivo delle

infrastrutture petrolifere iraniane, l'attacco statunitense potrebbe così replicare in maniera più intensa, ma sostanzialmente simile, quello dell'estate scorsa, concentrandosi sulla leadership politica, militare e religiosa iraniana.

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