Lance re del bla-bla Contador pedala e si prende il giallo

(...) E alla faccia pure di chi continua a ignorare, o a fingere di ignorare, che il ciclismo ha (da tempo) un nuovo fuoriclasse, irresistibile in montagna e fenomenale a cronometro, capace a ventisei anni - età in cui Indurain, non un pisquano qualunque, cominciava a vincere - di aver già dominato i tre grandi Giri.
Sì, alla faccia di tutto e di tutti, il Valentino Rossi della bicicletta sgomma sull’ultima salita di Verbier, una delle poche che questo Tour codardo e anonimo gli mette a disposizione, e insegna al mondo come si firmano le imprese. Al mondo, ma soprattutto al compagno e collega Armstrong, che da quando ha partorito la bella idea di sfuggire la pensione lo insegna soltanto a chiacchiere e a messaggi in codice. Finalmente, le chiacchiere stanno a zero. Come ad Andora, dove aveva scaldato i muscoli, Contador assesta agli avversari un colpo solo. Il pugno del ko. Così usa tra i re dello sport. La sua cavalcata diventa uno spettacolo: pedalata agilissima, nessun segno di fatica, la chiara dimostrazione che questo suo fisico non monumentale è comunque baciato dalla grazia.
Alle spalle prova qualcosa un altro giovane emergente, Schleck II, che dei fratelli lussemburghesi è certamente il migliore: il suo distacco è decoroso. Ma è a noi italiani che la grande giornata di Contador riserva una gemma di consolazione: terzo, a un solo minuto dal nuovo Cannibale, è il miglior Nibali di sempre (voto speciale 8, con inno di Mameli). Un siculo al gran galà del Tour: non era mai successo, potrebbe succedere ancora molto spesso, se il cocciuto Vincenzo continuerà la sua crescita in questo modo e con questi tempi. L’Italia attende impaziente: dopo Basso e Di Luca, qualcosa s’intravede.
Il resto dello spettacolo è qualcosa di imbarazzante. Mentre Contador pedala irresistibile verso la vittoria e verso la maglia gialla, alle sue spalle si registra l’inverosimile: a guidare l’inseguimento è il suo compagno Armstrong. Non bastasse, il Boss ordina anche a Kloden di aiutarlo nella bieca operazione. Proprio lì, sulle strade di Francia, dove il cow-boy texano ha costruito il mito con gesti epici, stavolta si assiste ad una carognata memorabile. Alle volte, i ritorni: tradito dai nervi e dalle invidie, questo Armstrong 2 rischia seriamente di cancellare in un paio di settimane il ricordo della gloria che fu. Anche perchè, oltre tutto, i suoi sforzi tremendi di riprendere Contador si rivelano alla fine soltanto patetici: lentamente e inesorabilmente, tutti gli altri big lo staccano, lo stacca persino il fido Kloden, relegandolo in un tristissimo arrivo solitario ad oltre un minuto e mezzo, con una faccia da cristoincroce e con la sua celebrata icona di Terminator da buttare pietosamente in discarica.
E comunque, meno male. Ci sono volute due settimane di noia straziante, ma finalmente il Tour torna a fornire uno spettacolo decente e un primattore straordinario. Contador lo è. Lo sarà per tanti anni (salvo brutte sorprese: parlando di ciclismo, è un accorgimento doveroso). In Spagna lo considerano il nuovo Indurain, ma è riduttivo: il grande Miguel era imbattibile a cronometro, poi sulle montagne andava al traino. E non vinceva mai. Era uno di quei tipi capaci di piazzarsi secondi anche arrivando da soli.
Tutta un’altra pasta, Contador. Anch’egli vola nelle cronometro (giovedì, 40 chilometri a sua disposizione), ma quando arrivano le montagne prende il volo come un’aquila. Con la stessa rapacità, con la stessa eleganza, con la stessa leggerezza felpata. Da anni non si contemplava nelle corse a tappe un campione di questa dimensone. Da Armstrong 1. Quello però era l’immagine della forza e della potenza, questo lo è dell’agilità e della leggerezza. Estetica diversa. Risultati simili. Ridendo e scherzando - perchè è pure un ragazzo sereno e spensierato - l’Alberto ha vinto gli ultimi tre grandi giri disputati (Tour, Giro, Vuelta). Dall’aria che tira, non sembra intenzionato a interrompersi proprio adesso. Tornerà per primo sui Campi Elisi. Alla faccia del Boss.

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