L'attentato brigatista e il messaggio di Golda Meir

Incontrai per la prima volta Indro Montanelli nel 1977, alla clinica Madonnina, dove era ricoverato dopo l'attentato delle Brigate Rosse

Incontrai per la prima volta Indro Montanelli nel 1977, alla clinica Madonnina, dove era ricoverato dopo l'attentato delle Brigate Rosse. Eravamo andati a fargli visita per testimoniargli la solidarietà e l'affetto della Gioventù Liberale. Ovunque, sul tavolo, sul divano, per terra, migliaia di telegrammi e di biglietti di solidarietà e di auguri. Fra i tanti, ce ne mostrò soltanto uno: quello di Golda Meir. Era quello di cui andava più orgoglioso.

Il tramite di questo incontro fu Luca Hasdà, per me un grande amico, un giovane liberale di famiglia ebraica, scomparso molto presto, all'epoca attivissimo nella comunità ebraica di Milano, protagonista fin dal ginnasio di epici scontri nelle scuole milanesi contro le prevaricazioni dell'estrema sinistra e nella difesa delle ragioni di Israele. Hasdà, fin da ragazzino, alla redazione del Giornale era di casa, Montanelli lo considerava a metà fra una mascotte e un figlio adottivo. Grazie all'appoggio di Montanelli, del Giornale e della Comunità a 18 anni fu eletto in consiglio comunale, il più giovane nella storia del Comune di Milano.

Per noi liberali essere dalla parte di Israele era naturale, come era naturale ammirare Montanelli. Per la stessa ragione per la quale i comunisti odiavano entrambi. Perché l'uno e l'altro ci insegnavano che per la libertà vale la pena di combattere e anche di morire.

Alcuni di noi avevano letto Kibbutz, lavoro teatrale oggi introvabile ambientato in una di quelle fattorie collettive nelle quali Montanelli vedeva uno dei pochi esempi riusciti di socialismo (vedi anche l'altro articolo in queste pagine; ndr). Tutti leggevamo sul Giornale le straordinarie corrispondenze da Gerusalemme di Vittorio Dan Segre, che Montanelli ci insegnò ad amare e che ci fece comprendere meglio di chiunque altro la complessità di Israele e del Medio Oriente.

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