Lettera a Zaia L’energia eolica uccide la natura

Arrivato in Sicilia, mi sembrò, più che altrove (ma lo si può dire anche del Piemonte e della Toscana) evidente il nesso fra cultura e agricoltura. Istituii così un assessorato competente. Intorno a questo tema centrale, con ottimi risultati, e con una vera impresa rivoluzionaria nella salvaguardia delle tradizioni, si era mosso Carlo Petrini. Il suo sforzo straordinario ha rappresentato l’unico vero progresso nella tutela del patrimonio culturale negli ultimi vent’anni. Ora, in Sicilia, la situazione è molto peggiorata, e lo stato di emergenza paragonabile a quello di un dopo terremoto. Le grandi difficoltà che attraversa l’agricoltura impongono misure eccezionali di cui non può non essere consapevole il ministro Zaia. Il quale, nonostante la sua visione politica, ha mostrato, in diverse occasioni, particolare attenzione per i problemi siciliani. Anche in questo si vede la delicatezza della situazione e, nonostante gli sforzi in anni lontani, la gestione del patrimonio artistico e la gestione ambientale (nonostante un ministro siciliano) non sembrano riguardare il governo nazionale, in virtù dello Statuto speciale della Sicilia. Così non esistono direttive né del ministro per i Beni culturali né del ministro per l’Ambiente per impedire lo scempio delle pale eoliche in alcuni dei luoghi più belli del Meridione d’Italia e in particolare per la Sicilia nelle province di Catania, Trapani e Agrigento. Ora la questione dell’energia pulita interferisce con l’agricoltura, con la natura e con il paesaggio. Per questo, nonostante la materia interdisciplinare, vista la disattenzione dei ministeri competenti, mi sembra necessario rivolgermi al ministro Zaia. La sua attenzione finora è stata rivolta prevalentemente al comparto del vino la cui produzione in Sicilia, nonostante la qualità, non ha ancora trovato gli sbocchi sul mercato di altre regioni come la Toscana e il Piemonte. È probabile che questo si debba a un difetto di organizzazione per evidente disparità di confezione e produzione di alcune aziende più attente alla comunicazione di altre. Resta che tra le zone di maggiore intensità di produzione vinicola c’è proprio l’area del Trapanese tra Marsala, Mazara del Vallo e Salemi. La crisi che attraversa l’agricoltura si estende, però, anche alla produzione di arance, se possibile ancora più unica di quella del vino. Gli interventi europei degli ultimi anni hanno creato forti ambiguità all’insegna di quella «diversificazione delle attività agricole» indicata nei Por. Così viste le difficoltà dei produttori di vino, arance e olio, improvvisamente su terreni incontaminati da secoli si sono viste sorgere le immonde pale eoliche riunite nella beffarda denominazione di «parchi» sui quali in molte occasioni, e con crescente preoccupazione, abbiamo denunciato la speculazione fino al coinvolgimento di una mafia non più contadina ma industriale. Il gratificante riferimento alla energia pulita è sembrato un comodo alibi per ottenere quegli ingenti incentivi europei che hanno portato allo sconvolgimento del paesaggio di Sicilia. Nessuno infatti avrebbe investito in una attività più improduttiva di quella agricola (gran parte delle pale sono scandalosamente ferme, senza nessuna verifica o controllo) senza le sovrabbondanti risorse europee di gran lunga più cospicue dell’investimento privato. Così si sono arricchite, con sistemi mafiosi, aziende italiane e soprattutto europee. Ma così si è sconvolto il territorio e stravolta l’attività agricola. Il contadino preferisce affittare il suo terreno ai produttori di energia alternativa piuttosto che continuare a coltivarlo con viti, ulivi e aranci. E questo è il punto sul quale il ministero dell’Agricoltura deve intervenire, non con semplici incentivi, ma con l’esaltazione delle coltivazioni siciliane. Chi arrivava a Catania, sino a qualche anno fa, si immergeva in terreni coltivati con arance rosse, di specialissima peculiarità e sulle quali non è stata fatta la promozione che in qualche misura, in passato, attraverso la catena «Esselunga» è stata fatta con le arance di Ribera. La difficoltà di promozione di questo straordinario prodotto che si coltiva nelle province di Catania e Siracusa, scoraggia gli agricoltori e li minaccia di una miseria da cui è consentita la fuga soltanto «diversificando», appunto le attività agricole. Così, dopo i parchi eolici si cominciano a vedere intorno a Ragusa altri orrori: impianti fotovoltaici con le strutture portanti come alberi in quantità straordinaria ravvicinati per sostenere, all’altezza di circa due metri e mezzo, pannelli neri. Per queste coltivazioni si sono abbattuti chilometri di muretti a secco come si vede bene in località Mendolilli vicino a Ragusa. Questi impianti, in tutto simili a cimiteri, così come i parchi eolici stravolgono il volto di campi e colline, con l’abbandono delle coltivazioni tradizionali per queste installazioni su terreni desertificati. Il paesaggio siciliano sia nelle aree archeologiche, sia in quelle agricole, sia in quelle più remote di pura natura, era, ed in parte è ancora, un paesaggio atemporale, lentamente e parzialmente trasformato dall’uomo. E chi arriva in Sicilia quel paesaggio cerca e spera ancora di trovare. Intanto Carlo Petrini affida quattro importanti consigli a Zaia e Tremonti. Primo: «Riducete drasticamente le procedure burocratiche che costringono migliaia di contadini a passare più tempo per accudire a una modulistica obsoleta e inutile rispetto alla produzione dei terreni o all’allevamento animale». Secondo: «Lavorate perché le banche aprano conti agevolati ai giovani che non abbiano l’assillo dei primi anni di lavoro». Terzo: «Mobilitate il sistema universitario perché si metta al servizio dell’agricoltura di piccola scala e non solo dell’agroindustria». Quarto: «Mercati di contadini in ogni città d’Italia». Sono suggerimenti importanti ma sembrano non considerare il rischio della «diversificazione delle attività agricole» così evidente in Sicilia per l’eccesso di finanziamenti europei. Un altro paradosso. Per quello che mi riguarda chiederò al ministro Zaia e all’assessore all’Agricoltura della Regione Sicilia Cimino di sostenere una straordinaria campagna di promozione fuori di Sicilia e in tutta Europa, dei prodotti siciliani per evidenziarne la singolarità e la peculiarità, dal Marsala allo Zibibbo, dal Passito di Pantelleria ai rossi della Sicilia orientale e ai bianchi dell’area di Alcamo e Salemi, sino ai prodotti anche più fragili e minacciati come le arance rosse altrimenti denominate tarocco, sanguinello, moro. Non tutelare come patrimonio dell’umanità la coltivazione agricola vuol dire, come si è visto, anche sconvolgere il paesaggio e la natura e perdere l’occasione storica di salvare la memoria del mondo contadino, in modo attivo, produttivo e non folcloristico. Più campi coltivati dai contadini e meno musei della civiltà contadina. I Beni culturali non sono fossili di un tempo perduto ma una civiltà che non muore e che non disperde le sue tradizioni. L’orrore del cimitero fotovoltaico di Mendolilli e di altri annunciati è come un campo di concentramento rispetto ai campi coltivati abbandonati per ignoranza e avidità.

Commenti