Nel Regno Unito la poesia è un affare politico. L’incarico di «Poet Laureate», massima gloria per un poeta di NSua Maestà, non è conferito da una gang di letterati né da un Pen Club, ma dal monarca su consiglio del Primo ministro in carica. Il .poeta, così, garante dell’identità del Paese, è il vero re, colui da cui dipendono le sorti simboliche di tutti i cittadini. Il primo «Poet Laureate» della storia britannica, John Dryden, fu eletto nel 1668: regnava Carlo II. Negli anni, si sono alternati sul trono lirico poeti cortigiani, giustamente malmenati dall’oblio – Colley Cibber, Henry James Pye, Alfred Austin – e poeti eccezionali (William Wordsworth, Robert Southey, Alfred Tennyson). Tra i «Poet Laureate» figura anche Cecil Day-Lewis: poeta dalle emozioni tiepide, giallista di fama (firmandosi Nicholas Blake), raffinato traduttore di Virgilio, è il papà di Daniel, l’attore da Oscar.
Al «Poet Laureate» viene riconosciuto un modesto stipendio annuale (5750 sterline) e, per consuetudine secolare, una botte di sherry delle Canarie. Un tempo, l’incarico era a vita, dal 1999 ha la gittata di dieci anni. Il «Poet Laureate» può esercitare la propria arte come crede giusto, dirimpetto al capriccio. La poesia «in memoria dell’incoronazione di Sua Maestà Re Carlo III», ad esempio, redatta nel 2023 da Simon Armitage, attuale «Poet Laureate», ha per protagonisti una signora della working class e un house sparrow, un passero, che volteggia «sulle guglie dell’abbazia...
/ da una gronda all’altra, ovunque, oltre».
La poesia s’intitola An Unexpected Guest.
Simon Armitage, classe 1963, tra i più talentuosi poeti europei di oggi, è stato nominato da Elisabetta II, nel 2019. Figlio di un pompiere con l’hobby per il teatro, laureatosi a Manchester, Armitage è un poeta punk, che unisce trasgressione e tradizione. Segue le partite dell’Huddersfield Town, squadra che milita nella terza divisione inglese; venera Morrissey; ama ammirare gli uccelli; vent’anni fa ha ideato una versione dell’Odissea per la Bbc Radio. È il frontman di un gruppo, The Scaremongers, che fa – così dicono – alternative rock. I testi che ha scritto per gli Scaremongers e per i Land Yacht Regatta – gruppo ambient post-rock – sono stati raccolti in un libro, Never Good with Horses, stampato da Faber nel 2023. In Italia – un paese liricamente provinciale – Simon Armitage è pressoché assente dal contesto editoriale. Nel 2001 Mondadori ha pubblicato un’antologia di sue Poesie: il libro, nei bassifondi lirici, fece epoca. Qualcosa ha stampato Guanda (L’omino verde, 2003; In cerca di vite già perse, 2015). Le ultime raccolte di Armitage – Dwell e Blossomise – sono ora edite da Crocetti in un libro unico, Fiorire e nidificare, nella bella traduzione di Massimo Bocchiola (pagg. 116, euro 14).
Non si tratta delle poesie più grandi del grande poeta – tra i tanti libri di pregio cito Book of Matches, 1993 e Tyrannosaurus Rex Versus The Corduroy Kid, 2006; Faber ha annunciato la nuova raccolta, New Cemetery –, eppure questo libro ci insegna almeno un paio di cose. Intanto: la commissione aguzza l’ingegno. Fiorire, per dire, nasce da un progetto del National Trust britannico: «una celebrazione annuale della fioritura, pensata per testimoniare l’arrivo della primavera». L’esito – Armitage è un estroso del linguaggio, capace in ogni genere lirico – si riassume in alcuni accattivanti haiku. Ne cito un paio: «Le strade imparano/ la lingua dei fiori di susino./ Gli alberi hanno parlato»; «Caricato dal sole della sera/ il ciliegio nel campo/ rimane acceso al buio».
Secondo insegnamento. Il rapporto con la natura. Nei poeti inglesi, per tradizione, è barbarico, simbiotico, brutale. I poeti italiani, di solito, tranne rarissimi casi – Dino Campana, alcune cose di d’Annunzio e di Bellintani, di Bacchini e di Ceni –, restano dei paesaggisti, dei versificatori en plein air, usano la natura come decoro o, peggio, come simbolo. In Armitage, al contrario, il genio della trasfigurazione è totale. Nelle poesie raccolte in Nidificare – nate da un progetto per i Lost Gardens of Heligan –, le più convincenti del ciclo, gli alveari sono «vasetti di sole», i cuccioli del tasso «levitano come pagnotte», la lepre è «un cuore infranto/...sgusciato/ dall’uovo della luna». Il precedente diretto, in questo caso, è Flowers and Insects (1986), raccolta di poesie tassonomiche di Ted Hughes.
Il vero capolavoro di Simon Armitage, tuttavia, è la traduzione dell’Epopea di Gilgamesh. Approntata per la Faber, uscirà in ottobre, l’abbiamo letta in anteprima.
Gilgamesh, «che guardò i grandi abissi» e «vide le fondamenta della vita», è l’opposto di Ulisse, l’eroe «di moltiforme ingegno» (così la formula di Pindemonte). Gilgamesh, il costruttore di città, il re di Uruk, ci sorprende per ingenuità: la morte del fraterno amico Enkidu lo scuote nelle viscere – vuole capire perché si vive per poi morire. La sapienza di Gilgamesh è verticale, vertiginosa, umana troppo umana.
Il primo traduttore di Gilgamesh, il poema più antico dell’umanità, era un inglese: l’assiriologo autodidatta George Smith pubblicò alcuni frammenti dell’Epopea nel 1872, tramite il British Museum. Morì a trentasei anni in un villaggio alla periferia di Aleppo. Armitage ha dichiarato di voler riportare la saga alla sua entità poetica, ricreando atmosfere, musiche e ritmi di quel poema che «prima di essere messo per iscritto ha vagato a lungo nelle menti e sulle labbra di uomini e donne».
Sembra un segno: l’era insensata, l’era smitizzata, ritorna agli antichi miti. Il poeta fa questo da sempre: fila la parola delle origini per conficcarci nel futuro. Parla con i morti – impariamo a farlo.
