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Letteratura

Con il woke finisce la neolingua di sole condanne

Per il politicamente corretto non conta la realtà ma solo i vocaboli. E, se sono “sbagliati”, vanno raddrizzati a colpi di editti grammaticali

Moralismo Il movimento woke ha imposto negli ultimi anni una ideologia politicamente corretta in molti ambiti di espressione Oggi alcuni politici cominciano a fare retromarcia

Basta una singola intervista di AOC (niente panico, non è una nuova variante di virus, ma l’acronimo di Alexandria Ocasio-Cortez, beniamina della sinistra dem americana) per far scattare in Italia il solito, pittoresco dibattito sul woke. Il riflesso pavloviano della politica nostrana non delude mai: oltreoceano starnutiscono, e qui parte la guerra mondiale sulla «cultura del politicamente corretto».

In realtà, negli Usa la musica è ben diversa. La stessa AOC ha preferito liquidare certe sparate parlando del woke come di una sorta di «versione 1.0» come se stesse annunciando l’uscita del nuovo aggiornamento di un software difettoso. Ha scaricato senza troppi complimenti le uscite più bizzarre e prive di qualsiasi contatto con la realtà, dai tagli drastici ai fondi per la sicurezza allo smantellamento totale delle prigioni. La sua linea di difesa? Un classico «chiedo scusa, era una follia, ma era il periodo del Covid e del lockdown». Insomma, il wokismo non era una visione politica, ma una psicosi da reclusione pandemica. Ora che siamo tutti guariti, si torna a parlare di cose terribilmente terrene come i salari. Risultato? Almeno per un po’, le statue di Cristoforo Colombo possono restare salde sui loro piedistalli.

Poi, immancabilmente, si passa a casa nostra. E chi decide di salire sul carro dell’anti-woke? Giuseppe Conte. Il quale col wokismo c’entra come i cavoli a merenda, o forse proprio per questo ha deciso di parlarne. L’ex Avvocato del Popolo ha sferrato il suo attacco rispolverando un generico progressismo incentrato sull’egualitarismo economico. Tradotto: una dolce nostalgia per la pioggia di sussidi, il Superbonus, e quel Reddito di Cittadinanza che, come ricorderete, aveva abolito la povertà con un decreto. Secondo questa visione, bisogna finalmente correggere la sbagliata enfasi data a diritti che, in fin dei conti, riguardano solo poche e malcapitate minoranze.

Cerchiamo di capire, in estrema sintesi: su quale pilastro filosofico si fonda questo pregiudizio woke?

In primo luogo, ci troviamo di fronte a un riduzionismo schiacciasassi: per i suoi adepti, tutto ma proprio tutto è una mera costruzione culturale. Non si salva nulla. Dimenticatevi qualsiasi orizzonte ontologico trascendente, le essenze o i dati di fatto: la realtà non sarebbe altro che una serie di atti performativi, un catalogo di pratiche linguistiche reiterate e schemi simbolici ripetuti ossessivamente nel tempo. In parole povere? Tutto è un effetto collaterale dell’uso delle parole. La logica che ne consegue è di una semplicità disarmante: se cambio il vocabolario, l’aggettivo o l’asterisco, posso miracolosamente riscrivere la realtà e modellarla a mio piacimento. È proprio in questo dogma che ha assimilato malissimo la celebre «svolta linguistica» della filosofia del Novecento e che traduce in slogan concetti complessi senza aver mai aperto un libro di Heidegger (accontentandosi, al massimo, di qualche sunto masticato male) che si nasconde la vera radice nichilistica e autoritaria di questo pensiero. La realtà materiale, con le sue complessità e le sue asperità, viene dichiarata nulla: non ha più alcuna cogenza, non oppone resistenza. Di conseguenza, non solo può, ma deve essere negata, cancellata e sostituita dalla polizia morale del linguaggio. Una milizia del pensiero corretto che opera a colpi di norme giuridiche positive, astratte e calibrate al millimetro, convinta che basti un editto grammaticale per curare le storture del mondo.

In secondo luogo, la traduzione pratica di questo paradigma autoritario soft ha dato il meglio di sé si fa per dire nel dibattito culturale, trasformandosi in una vera parodia di se stesso. Il capolavoro di questo processo è stato la mortificazione delle prerogative più vive del linguaggio. La lingua parlata, con le sue sfumature, i suoi gerghi, la sua naturale stratificazione storica, viene detronizzata. Al suo posto subentra il bidimensionalismo di una neolingua sorvegliata e punita in ogni suo slancio espressivo. Un vocabolario sterilizzato, in cui la parola lascia il passo alla formula burocratico-giuridica del pensiero che si esprime per acronimi e segni di interpunzione. Ci troviamo così con un kit di sopravvivenza verbale preconfezionato, dove ogni parola è un campo minato. Un sistema calibrato non per favorire la comprensione o la sfumatura, ma per funzionare come un rilevatore automatico di eresia: pronto a stigmatizzare all’istante qualsiasi posizione che non risulti conforme all’ortodossia del momento.

In conclusione, al di là della diatriba elettorale sull’ordine delle priorità la classica formula «prima i salari, poi i diritti» agitata a seconda dei sondaggi , ci si dovrebbe ragionevolmente aspettare qualcosa di ben più profondo.

Dall’analisi dei disastri del woke non dovrebbero emergere ulteriori e grotteschi «pentimenti pubblici». Questi mea culpa tardivi non sono altro che la naturale nemesi di un’ideologia che è stata praticata per anni come un’inquisizione permanente, con tanto di caccia all’eretico di turno. Una foga censorio-giustizialista capace di vette d’assurdo memorabili, come quando si è tentato di epurare e cancellare uno dei più grandi scrittori della nostra letteratura sulla base di qualche vago pettegolezzo captato al volo sui sedili di un minivan.

La vera scommessa non sta nel ricredersi per opportunismo, ma nel mettere finalmente a fuoco una più matura prospettiva culturale. Questa non può che sorgere da un atteggiamento rinnovato nei confronti del linguaggio, del suo uso e della sua tradizione. La lingua e la cultura non sono una plastilina a nostra totale disposizione, da modellare o distruggere a colpi di decreti e asterischi per compiacere l’umore della settimana. Non sono un patrimonio da esecrare con il senno di poi, bensì un orizzonte vivo: qualcosa che non si tratta di censurare, ma di frequentare con rispetto e imparare di nuovo ad abitare.