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Bagatelle all'italiana per un premio tra Mari e Murgia

Allo Strega un’altra gaffe dei nostri intellettuali

Bagatelle all'italiana per un premio tra Mari e Murgia
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Tanti credono che la rovina dell’Italia siano i politici. Invece lo sono gli intellettuali: cattivi maestri, agitatori imbevuti di ideologia, scrittori che basano il loro prestigio non su buoni libri ma su mediocre azioni, artisti infagottati nel conformismo e madamine lamentose.
I due candidati al premio Strega Michele Mari e Teresa Ciabatti, ad esempio. È vero: il loro litigio su Michela Murgia – il primo ha detto che la scrittrice sarda era «intransigente e violenta, perché era brutta, e sfogava così la sua rabbia», la seconda ha subito spifferato tutto ai giornali scatenando una campagna di delegittimazione contro chi ha osato criticare una sua amica ritenuta intoccabile- è la cosa più interessante capitato alla letteratura italiana negli ultimi anni. Ma dà anche la misura di quanto si stia svalutando il Premio Strega. E sopravalutando il mondo culturale italiano.
Solo nelle ultime settimane abbiamo visto scrittori che dirigono festival boicottare altri scrittori dopo averli inviati. Scrittori che firmano petizioni per escluderne altri.
Fiere del libro che chiedono agli editori una professione di fede antifascista. E adesso scrittori che regolano i conti fra loro, tra invidie e rancori.
Michele Mari, perfetta rappresentazione di una intellettualità ombelicale medioprogressista che alla fine è ferocemente conservatrice, nel pieno di una chiacchiera annoiata ha fatto una considerazione piena più di luoghi comuni che di cattiverie, a suo dire del tutto travisata (e quindi poteva anche non chiedere scusa: perché è rimasto così vulnerabile? A cosa serve allora la cultura? Così diventa la peggior nemica degli intellettuali non abbastanza cinici...). Invece Teresa Ciabatti, «amica d’anima» della grande famiglia queer di Michela Murgia, femminista di congiunzione fra l’autofiction letteraria romana e la mondanità culturale democratica, ha sfruttato la nobile difesa pubblica di un’amica per gambizzare mediaticamente il suo diretto avversario allo Strega. E infine lei, Michela Murgia, morta tre anni fa (e non si è ancora capito se si stia completando la sua fase di santificazione o iniziando quella di scivolamento verso l’oblio), che non era brutta, cosa peraltro ininfluente, ma neppure simpatica, a essere sinceri. Ed è curioso però che si difenda dalla violenza verbale e dall’odio una scrittrice che fece di quello stesso linguaggio la sua più interessante modalità di comunicazione: «Io la penso come Hamas», «Io odio i bambini», «Io difendo Saviano che chiama “bastarda” la Meloni»...
E del resto come si fa a parlare di lesa maestà letteraria per un’autrice il cui libro Lezioni sull’odio fu presentato dalla casa editrice con lo slogan: «Murgia smonta i nostri pregiudizi e rivendica il diritto di odiare»?
Ma forse aveva ragione Goffredo Fofi – ci manca più lui di lei - quando diceva «Ma chi se ne fotte di Saviano e Michela Murgia!».


Per il resto, bisognerebbe seguire il consiglio di Louis-Ferdinand Céline: odiare tutti, in modo equanime. Cosa che gli intellettuali, non solo quelli sul pulmino per Bisceglie dello Strega, spesso ci rendono facilissimo.
E da domani, patentino di fede murgiana per tutti.

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