Arriva di colpo, un pomeriggio di metà giugno, e non è scirocco. È qualcosa che nessuno ha mai patito, una cappa di fuoco che schiaccia il cielo sulla terra, prosciuga i pozzi, secca il gelsomino in un colpo solo, fa stramazzare le farfalle, e gli uomini la chiamano la piria, perché dare un nome alle cose, anche al castigo, è l'ultimo modo per tenerle a distanza. Comincia così Calùra, il romanzo con cui Saverio Gangemi entra nella narrativa italiana dalla porta più scomoda, quella del Sud che non chiede permesso. Lo pubblica Rubbettino nella collana Velvet, quella che da anni dà casa alle voci di Calabria, centosettantuno pagine che si leggono come una febbre.
C'è un villaggio senza nome e senza tempo, un feudo dove la peste ha già fatto la sua spesa e una guerra dei nobili si è portata via i figli mandati a morire per rancori che non li riguardavano. C'è un Duca che alle prime avvisaglie del morbo è fuggito con il seguito, i cani, i servitori fedeli, lasciando due sgherri a presidiare un castello vuoto e una manciata di contadini a vedersela con il Cielo. Perché qui il potere è sempre quello che scappa per primo, e lascia agli ultimi il conto della catastrofe.
Resta una famiglia. Il gigantesco e brutto Lanczo, che la natura ha punito nei lineamenti per poi sfogarsi sulle sorelle bellissime. La madre Filomena, che sgrana Rosari contro un Dio che non risponde. Il piccolo Doriano, che a dodici anni sta perdendo la vista, come se il mondo gli si spegnesse apposta prima di finire. Il nonno ammutolito dal dolore, che continua a rifare il filo alla zappa per illudersi di servire ancora a qualcosa. E intorno Assunta la magica con le sue pozioni di girini e zampe di corvo, mastro Minio il sarto, e quell'albero immenso ai cui piedi si seppelliscono i morti, vero perno del libro, croce e calendario di una comunità che si conta addosso i propri lutti.
La trama, in fondo, è la durata di una penitenza. Giorno dopo giorno la calura non cede, la natura si arrende prima degli uomini, e gli uomini cedono uno alla volta, mentre le anime dei paesani volano via dentro uno sciame di lucciole che ne porta gli occhi. È un apologo, una favola nera, un racconto biblico recitato a denti stretti, dove l'apocalisse non arriva con le trombe ma con la sete, e Dio, se esiste, si secca persino a sentire il lamento delle preghiere. Non c'è una data, e non serve: potrebbe essere il Trecento della peste nera o un domani qualunque, perché le pestilenze, e i signori che scappano al primo contagio, non hanno secolo.
Si legge con la gola secca. Gangemi non racconta la calura, te la mette addosso, ti fa sentire il fiato che si inceppa, la pelle che tira, l'aria che ha smesso di sapere di terra e di fiori. È un libro fisico, scritto con il corpo prima che con la testa, dove ognuno affronta la fine per conto suo, perché non c'è salvezza collettiva da aspettarsi, non scende dal castello né dal Cielo, e l'unica compagnia rimasta è quella di chi sta morendo accanto. Nonno Lanczo e mastro Minio, due fratelli che si tengono la mano nel buio senza più una parola da dirsi, perché uno ha perso la voce e l'altro il respiro, valgono da soli il prezzo del romanzo, e ci restano addosso per giorni.
Ma il vero protagonista è la lingua. Gangemi ha il coraggio, raro di questi tempi, di non scrivere in italiano da supermercato. Costruisce un impasto in cui il dialetto calabrese non è folclore ma materia, dove i periodi si allungano accumulando come onde per poi chiudersi su una sentenza secca, e parole come piria, mutaria, travagliatori, cacoccioli pesano quanto pietre. È la stessa scommessa che fa grande la letteratura del Sud, quella di Alvaro e di Strati, di La Cava e di Rocco Carbone fino a Gioacchino Criaco: la convinzione che una terra esista finché sa raccontarsi nella propria voce, e che tradursi in lingua nazionale, levigata e indolore, sia già mezza resa.
Si dirà che è un esordio acerbo, che a tratti l'autore si compiace della propria potenza verbale, che la calura rischia di farsi maniera. È vero. Ma è il difetto di chi ha qualcosa da dire e troppi modi per dirlo, non di chi non ha niente, ed è un difetto che si perdona volentieri a chi è giovane e una voce ce l'ha già. E quando l'albero brucia, e dalle radici spunta un alberello figlio, e Lanczo capisce che il mondo ricomincia un istante prima di lasciarsi planare nello sciame, si capisce che Gangemi non stava scrivendo soltanto la fine di un paese.
Stava scrivendo, con l'ostinazione disperata di chi semina sapendo che non vedrà il raccolto, l'unica cosa che valga la pena raccontare: che dopo ogni rovina qualcosa di intatto fora il terreno indurito e ricomincia. Il Sud lo sa da sempre. La letteratura, ogni tanto, se ne ricorda.