«Solo in una Repubblica corrotta, in un’epoca corrotta poteva arrivare un Trump». La frase non è di un detrattore e/o un nemico politico dell’attuale presidente degli Stati Uniti, ma di un intellettuale conservatore a lui vicino, Michael Anton. La si trova nel suo saggio The Flight 93 Election, uscito poco prima delle elezioni del 2016. Il titolo è una metafora aviatoria: gli Stati Uniti sono un aereo, il volo 93 appunto, prossimo a schiantarsi perché così vuole il suo pilota. Va quindi sostituito: «Potremmo morire comunque perché magari non sappiamo come si guida l’aereo. Non ci sono garanzie. Eccetto una: se non ci proviamo è morte certa». Detto in maniera ancora più esplicita, siamo di fronte a «un partito, una società, un Paese, un popolo, una civiltà che vogliono morire. Trump solo si è alzato e ha detto: io voglio vivere...». È l’America, la sua decadenza la causa di Trump, e non viceversa.
La diagnosi di Anton, di là dal suo pessimismo più o meno cosmico, non va sottovalutata e se lo sguardo si estende oltre Oceano e si sofferma sul Vecchio continente per antonomasia, l’Europa, offre in interessante quanto inquietante gioco di sponda, nel senso che le epoche di crisi comportano risposte epocali, di cui sul momento nessuno è in grado di dire se siano giuste o sbagliate, non fosse che senza di esse il declino, o se si preferisce, la catastrofe, è tanto certo quanto irreversibile, anche se ammantato con tutti i crismi della correttezza politica e del bon ton culturale-istituzionale, chirurgico, per certi versi: «L’operazione è clinicamente riuscita, ma il paziente è morto».
Una runa nazione prospera, insomma, non produce un Trump e, come in un gioco di specchi deformanti, nemmeno un Joe Biden, ma vale la pena domandarsi visto che il primo è bellicosamente sulla scena e il secondo ne è invece malinconicamente uscito, quanto e come le correnti di pensiero che stanno dietro al movimento Maga siano collegabili alla crisi stessa degli Stati Uniti, al suo dissesto sociale e strategico. Anche qui, detto in altri termini, quel dissesto è davvero tutta farina del sacco liberal, wokista, globalista, democratico-imperialista, oppure comporta una chiamata di correo conservatore e suprematista, fondamentalista, nazional imperialista, turbocapitalista?
Una risposta prova a darla Federico Petroni nel suo Fiamme americane (Gramma Feltrinelli, 340 pagine, 20 euro: prefazione di Lucio Caracicolo), il cui sottotitolo, «La nuova destra e la crisi di identità degli Stati Uniti», indica perfettamente il lavoro di scavo fatto dall’interno, un viaggio insomma nel profondo dell’anima americana, sogni e speranze, incubi e delusioni. Petroni è Senior fellow dello Yorktown Institute di Washington, nonché coordinatore per la rivista Limes, la miglior di geopolitica italiana, per tutto ciò che riguarda gli Stati Uniti. Nel suo libro utilizza con intelligenza cultura (arte, poesia, musica, letteratura) e politica (documenti, dichiarazioni, memorie): c’è spazio per Melville, per Edgar Lee Masters, per Corman McCarthy, come per Lincoln, i Roosevelt, Kennedy, Kissinger... Due sono gli aspetti del libro che vale la pena sottolineare. Il primo riguarda l’eterogeneità di quella che sbrigativamente si tiene a identificare con il termine Nuova destra. Ne fanno parte populisti, nazionalisti, nazional-populisti, cattolici post-liberali, tecno-capitalisti... Se a unirli è l’idea di invertire il processo di decadenza che ha investito il Paese, non per questo c’è accordo sul «che fare?» successivo. Per dare soltanto un esempio, il tecno-capitalismo segue una sua logica transumanista e squisitamente oligarchica, se non autocratica, i pochi eletti che comandano liberi da ogni vincolo statuale, mentre i populisti si muovono in un’ottica comunitaria, dove il cittadino torna a essere democraticamente il centro del processo politico.
Il secondo aspetto riguarda la dimensione e/o la visione imperiale degli Stati Uniti. Qui conviene fare un passo indietro, agli anni Settanta del ’900, con l’America impantanata in Vietnam, partendo da una sprezzante, tipico vezzo transalpino, affermazione di André Malraux. Notava lo scrittore francese che «gli Stati Uniti sono nella strana condizione di un Paese divenuto il più potente della sua epoca senza averlo davvero cercato. Più o meno, volevano vendere macchine per cucire. Le hanno vendute. Con non poche altre cose. Sono un caso unico nella storia». Si trattava insomma di un imperialismo senza imperium, una nuova Cartagine, per intenderci, non una nuova Roma. Non derivava da un disegno, ma da un peso. Se ogni politica storica è inseparabile da un progetto, gli Stati Uniti sono per certi versi la nazione meno storica della terra...
Va tuttavia detto che il ’900 è, per eccellenza, «il secolo americano», lì dove l’idea di impero che sino a tutto l’800 era coincisa con la dottrina Monroe di un «destino manifesto» sì, ma circoscritto all’emisfero occidentale, cioè alle Americhe, si espande vertiginosamente, in un’ottica di leadership globale che se ha nel Vietnam una pietra di inciampo ha però nella dissoluzione dell’Urss il suo rilancio e la sua definitiva consacrazione. È allora che, scrive Petroni, si verifica «un fondamentale errore di prospettiva: l’essere rimasta unica superpotenza viene interpretato come conferma della propria superiorità morale invece che come risultato di una irripetibile congiuntura storica... A fine secolo domina, non per sua virtù innata, ma perché l’unica ad aver vinto il ’900». È il «peso» cui si accennava prima, ad avere vinto, ma senza un disegno, a meno che quest’ultimo non lo si voglia equiparare al concetto di «fine della storia», ovvero l’identificazione del destino manifesto con il destino dell’umanità stessa
Nel momento in cui la storia riprende a marciare, anzi, si mette a correre, gli Stati Uniti, osserva ancora Petroni, si rendono conto che l’impero, così com’è, sta divorando la Repubblica. Separare l’uno dall’altra, non è però un’impresa semplice, tanto più se la mission imperiale è stata a lungo un tutt’uno con la morale nazionale, il Paese della libertà che quella libertà non la tiene per sé, ma la elargisce e, se necessario, la impone con la forza a chi ne è privo. Alla forza gli Stati Uniti di Trump si ostinano a credere e così, paradossalmente, soffiano sulle stesse fiamme che lo stanno consumando. Come commenta Petroni, «l’America insegna che persino l’impero più potente della storia si incendia se si illude di possedere il sacro Graal della verità».
