Visto che con Anne Carson si vola ai piani più elevati della Letteratura, torniamo in basso con qualche conticino. Speriamo che lei, lavoratrice infaticabile della lingua, capisca.
Il Nobel assegnato ieri premia un poeta per la quarta volta in dieci anni: nel 2016 fu la volta del riconoscimento eretico a Bob Dylan, nel 2020 della collega e vicina di confine, l’americana Louise Glück, nel 2024 di Han Kang, la coreana famosa per i romanzi ma che ha esordito pubblicando versi.
Anne Carson è la seconda canadese a vincere, dopo Alice Munro, la regina del racconto, nel 2013. La poetessa fa anche aumentare il numero di donne premiate dall’Accademia di Svezia: dal 1901 a oggi sono diciannove, contro 105 uomini (e non sono tutti Montale o Thomas Mann o Hemingway). La prima fu Selma Lagerlöf, l’autrice di Il meraviglioso viaggio di Nils Holgersson, una lunga avventura fiabesca che in Svezia è come i biscotti del Mulino Bianco da noi: somministrata a tutti bambini. Era il 1909. Però dal 2018 c’è stata una accelerata, dovuta a una specie di quota rosa introdotta a Stoccolma, per cui il premio è assegnato a sessi alterni: chissà chi vincerà nel 2028, a meno che si inventino l’anno non-binario, e allora salterà tutto.
Si scherza, ovviamente, perché quando si parla di letteratura conta solo quello che un autore scrive e che un lettore legge, non chi lo faccia. Però, per rimanere nell’ambito del genere (non letterario ma sessuale) bisogna accennare al «femminismo» di Anne Carson, di cui si parla perché nelle sue poesie e nei suoi saggi ha riportato in vita Elettra, Elena, Antigone, Ifigenia, Emily Brönte, Saffo, insomma tutto il pantheon delle riletture al femminile tanto in voga in questi anni, ebbene: come in Christa Wolf, in Anne Carson non c’è posa, non c’è business, non c’è banalità e non c’è, soprattutto, il dominio dell’ideologia. C’è una grande poetessa, che parla con gli antichi greci come noi parliamo con il nostro telefonino (il suo, ieri, lei l’ha spento subito dopo avere ricevuto la notizia). Insomma, un abisso.
