C’è una fotografia in bianco e nero al centro dell’ultimo libro di Judith Hermann: un uomo su una moto delle SS, a Radom, in Polonia, nell’estate del 1941, l’espressione serena e fiera, come quella degli altri uomini intorno a lui. Quell’uomo è suo nonno, morto sei anni prima che lei nascesse. Ogni volta che Judith la guarda, ne è abbacinata e si smarrisce: «La sua superficie giallognola era ipnotica, mi ci sono chinata sopra con la lente d’ingrandimento. Il volto di mio nonno era rasato con estrema cura, mostrava una calma e una fierezza allucinanti. Ho dovuto distogliere lo sguardo. Ho attaccato la foto alla parete con una puntina, accanto a quella di mia madre e di mio nonno circondati dalla famiglia, ci ho messo anche la foto di mio nonno con il cappotto abbottonato e le scarpe lucide davanti agli abeti scuri; ne è risultato un trittico, il cui significato, però, anziché dispiegarsi, si rinserrava davanti ai miei occhi».
In famiglia non se ne è quasi mai parlato: un segreto «noto a tutti», come lo chiama Judith Hermann - scrittrice pluripremiata nata a Berlino nel 1970, che oggi vive tra la capitale tedesca e la Frisia e in Italia ha pubblicato anche L’amore all’inizio (L’Orma) e A casa (Fazi) - un punto dopo cui non veniva mai la frase successiva: solo il silenzio. Da quella fotografia, da una scatola di documenti e da un tatuaggio sbiadito nasce Indietro nel tempo (appena uscito per L’Orma, traduzione di Teresa Ciuffoletti, pagg, 144, euro 18). Il racconto di come e se sia possibile accettare che il proprio nonno sia stato «un nazionalsocialista convinto, per giunta membro delle Waffen-SS, come dimostra il tatuaggio con l’indicazione del gruppo sanguigno, a quanto pare dopo la guerra non ha avuto motivo di separarsene, di farselo togliere. Certa gente si è sparata sul braccio sinistro, mio nonno non l’ha fatto.
Quel marchio azzurrognolo se l’è portato nella tomba a vent’anni dalla fine della guerra».
Hermann ha spiegato che il senso del volume sta proprio nel titolo: tornare indietro nel tempo, per lei, significa «sospendere» il tempo non nel senso di annullarlo, ma di renderlo accessibile, per costruire connessioni tra l’oggi e l’allora.
Non teme, narrando suo nonno in questo esercizio letterario affascinante e teso al contempo, di finire per «redimerlo»: perché non vuole redimerlo. Al contrario: riesce a tirarlo fuori, ad esporlo, seguendolo, nelle tre parti della narrazione, in un viaggio da lei realmente compiuto («Parti il giorno in cui è morto mio padre», le dice sua madre): prima a Radom, dove sorgeva uno dei ghetti ebraici più grandi della Polonia occupata, poi verso Napoli, dalla sorella. Il percorso nasce proprio dal materiale familiare, autobiografico, della Hermann: la strada verso il nonno nel tempo è sempre sparita e si è offuscata attraverso il silenzio della madre, perciò può davvero seguirlo solo in un luogo concreto.
A Radom tuttavia non trova quasi nulla, né negli archivi tedeschi né in quelli polacchi: solo la tessera d’iscrizione alle SS, il porto d’armi, la cartolina di arruolamento e quella foto, consegnatale all’improvviso dalla madre. Cerca comunque il luogo esatto dello scatto, e lo trova, ma al ritorno tiene tra le mani un solo fatto: non può dire chi il nonno abbia ucciso, ma può dire che ha ucciso, coinvolto nella liquidazione del ghetto di Radom: «I tedeschi uccisero i bambini ebrei che si erano nascosti nel ghetto lanciando bombe a mano nelle case. Sono gli stessi anni in cui mio nonno non ha fatto figli, non si è sposato, non si è presentato in un ufficio di leva, gli anni in cui è stato una chimera».
Il ritorno di Judith da Radom, e il suo racconto, sembrano quindi - a tratti persino alla stessa Hermann nel volume - un fallimento, o una banalizzazione: ma la verità è che al centro l’autrice mette soprattutto il silenzio che ha attraversato tre generazioni. Il silenzio della madre, oggi ottantenne e pressoché analfabeta a una lettura psicologica degli eventi, e quello delle cugine più giovani di Judith, già così lontane da quei capitoli della storia da non considerarli propri. Il diritto all’oblio si mescola con il diritto all’analisi la Hermann ha alle spalle anni di analisi psicoanalitica; la ricerca di un verdetto segue un sentiero parallelo alla possibilità di sentirsi liberata: «Sette nipoti di un membro delle SS, una bizzarra variazione della fiaba di Pollicino, quella in cui l’orco mangia inavvertitamente le sue sette figlie, alle quali Pollicino durante la notte ha messo in testa i berretti dei suoi sette fratelli. Noi eravamo le sette nipoti di un unico nonno. Avevamo genitori diversi ma lo stesso nonno, e tutte noi, più o meno, ma senza ombra di dubbio, gli somigliavamo, ci avrebbe riconosciute subito».
Al libro sono state mosse, inevitabilmente, accuse, in Germania: di «estetizzare» letterariamente il caso anziché accusare senza sconti, di aver fallito sì, ma soprattutto per non aver affondato il coltello nella piaga, di non aver spinto di più i suoi a romperlo, quel silenzio. Il vuoto avrebbe incontrato la lama del coltello, spiega la Hermann, il vuoto di non sapere e soprattutto di non capire: come sia stato possibile che, dopo la guerra, quel nonno con «la faccia da ciarlatano» sia tornato in famiglia e abbia condotto una vita del tutto normale.
