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L'alternativa alla religione della tecnica (e ai guru)

Chi controllerà i controllori del capitalismo di sorveglianza? Leone XIV, Papa di professione

L'alternativa alla religione della tecnica (e ai guru)

Magnifica Humanitas non è semplicemente un'enciclica sull'intelligenza artificiale. In perfetta continuità, anche simbolica, con la Rerum Novarum di Papa Leone XIII che si trovò ad affrontare l'emersione di un'altra rivoluzione, quella industriale, l'enciclica del pontefice americano indica il magistero e il ruolo di istituzione della persuasione e dell'amore connaturati storicamente alla Chiesa. Il sottotitolo scelto, d'altronde, è evidente scelta di campo, «sulla custodia della persona umana nel tempo dell'intelligenza artificiale». Quindi non un orizzonte semplicemente difensivo in campo morale, quanto la richiesta attiva di essere parti consapevoli di un processo che appare quanto di più simile all'atto divino possa darsi: «l'innovazione tecnologica» si legge infatti «può essere, in un certo qual modo, una forma umana di partecipazione all'atto divino della creazione».

Magnifica Humanitas è prima di tutto speleologia del potere: si scava nel profondo delle viscere di un'umanità colta nel rigoglio di forze in parte almeno sconosciute, per darle nuovi paradigmi e nuovi appigli nel mare in burrasca. E c'è del pari una sontuosa iconografia del potere, o se si preferisce una iconografia della funzione del potere: da un lato la tortuosa strada che conduce verso un illusorio cielo, quello della edificazione della torre di Babele, dall'altro la ricerca del senso di comunità topograficamente incasellato nella ricostruzione delle mura di una Gerusalemme in rovine, come si legge nel libro di Neemia.

La continuità, teologica, teologale e filosofica, con la Rerum Novarum, si coglie bene anche nella connessione diretta con l'universalità del bene comune, da ricercarsi sotto il cielo stellato della tecnica. Nella Rerum Novarum, si leggeva infatti un passo di Tommaso d'Aquino «l'uomo non deve possedere i beni esteriori come propri, ma come comuni: in maniera che ciascuno metta a disposizione le cose secondo la necessità degli altri». Il richiamo è, appare evidente, ai detentori di un nuovo, emergente potere, a cui Papa Leone XIV rivolge il prisma del pensiero dinamico che tratteggia la forma di una Chiesa in cammino nel cuore della civiltà umana. La sostanza di ciò che un maestro del nostro diritto canonico, Piero Bellini, definiva «intermediarietà determinante», la capacità della Chiesa di farsi coscienza morale e attore filosofico-politico.

Nel capitolo terzo, dedicato espressamente all'Ia e rubricato «tecnica e dominio», torna la dicotomia simbolica richiamata in apertura: «da un lato la torre di Babele, dove l'opera comune è guidata da un progetto di dominio che finisce per disumanizzare», mentre dall'altro si trovano le rovine di Gerusalemme che sotto l'amorevole e saggia cura di Neemia vengono ricostruite, in grande spirito di comunità, pezzo dopo pezzo. In Babele alberga uno spunto fondamentale: quello della confusione anche linguistica, quella del caos derivante dalla manipolazione del linguaggio. Ora, appare evidente che pur non definendo espressamente l'intelligenza artificiale e anzi tratteggiando la difficoltà di una univoca, soddisfacente definizione, Prevost e gli altri redattori del documento abbiano in mente soprattutto i Large Language Model. Qui, a mio modesto avviso, si registra un'occasione mancata: perché il mondo spettrale e senza Logos che risiede nel fondo della macchina, troppo spesso antropomorfizzata e che riduce la complessità della parola a labirinti di token, rimanda a quella preoccupazione già offerta da Elias Canetti, secondo cui «la cosa più pericolosa della tecnica è che essa distoglie da ciò che costituisce realmente l'uomo». Se, giustamente, il Pontefice si preoccupa molto dei detentori del nuovo potere e della non neutralità dell'Ia, e invoca responsabilità nei processi di modellazione, addestramento, sviluppo, dall'altro mi appare troppo liminale il richiamo all'individuo che, sempre più spesso, si immerge nella macchina, uscendone per sua stessa volontà modificato. Valerio Capraro lo chiama LLM-morfismo, mutamento della nostra mente e delle nostre relazioni dipendenti dai chatbot che usiamo quotidianamente. «Le persone stanno alterando il loro modo di pensare per pensare come essi pensano l'intelligenza artificiale pensi» annota Lance Eliot sulle pagine di Forbes. È certamente vero, lo insegnava Heidegger, come l'uomo non sia preparato al radicale mutamento del mondo sotto il rullo compressore della tecnica. E forse, proprio per questo, sarebbe occorso un approccio diverso in questo specifico segmento del documento. La preoccupazione papale è invece più tarata, per quanto comprensibilmente, sui nuovi titani. «L'uomo moderno non è stato educato al retto uso della potenza», sosteneva Romano Guardini, per come citato nell'enciclica. Ed è il senso del richiamo papale: l'intelligenza artificiale è spinta accelerante oltre il confine delle umane possibilità, e proprio per questo serve cautela. E servono amore e cura, per far trionfare l'universalità del bene comune, e non l'egoismo dei pochi. Ma è spesso il singolo a farsi potenza, non solo le grandi società del Tech.

Non sorprende il fatto che il Papa affronti, di petto, le nuove religioni laiche della tecnica, dal transumanesimo al postumanesimo, accusandole di volgere lo sguardo in un punto talmente lontano da aver smarrito il canone umano, ritenuto obsoleto e deteriore. E se da un lato si invoca il ritorno della politica come forza frenante, in senso letterale, per decelerare la via di fuga del progresso tecnologico, dall'altro lato Papa Leone XIV chiede di disarmare l'Ia, sottraendola alla logica della competizione armata, non più solo militare ma economica e cognitiva. Coerente quindi la potente citazione di Tolkien, alla luce di quanto Il Signore degli Anelli sia nella Silicon Valley codice espressivo privilegiato: «non tocca a noi dominare tutte le maree del mondo; il nostro compito è di fare il possibile per la salvezza degli anni nei quali viviamo, sradicando il male dai campi che conosciamo, al fine di lasciare a coloro che verranno dopo terra sana e pulita da coltivare» afferma Gandalf, nel capitolo L'ultima discussione contenuto ne Il ritorno del re.

Ma l'attenzione ecologica per le generazioni future nutrita da Gandalf non è metaforica e non è disarmata; la sua spada e il suo bastone sono ancora sporchi del sangue di orco. E d'altronde, «far piazza pulita fu certo un'impresa ardua, ma meno lunga di quanto Sam temesse», si legge alla fine della trilogia. Disarmare l'Ia è cosa buona e giusta, a patto però che lo facciano tutti.

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