Il tabù è caduto, e dal lato meno prevedibile. Geoffroy de Lagasnerie, sociologo, sodale di Didier Eribon e di Édouard Louis, manda in libreria per L’orma (traduzione di Eusebio Trabucchi) un pamphlet che si intitola senza falsi pudori L’anima nera della democrazia.
La tesi sta tutta nella premessa: quando un governo reazionario vince le elezioni, non siamo davanti a un deficit di democrazia, siamo davanti alla democrazia. Non è un incidente del sistema: è il sistema. Nell’elenco delle «forme contemporanee di fascismo» compaiono Trump, Bolsonaro, Orbán, Netanyahu e Giorgia Meloni, tutti arrivati al governo, osserva l’autore, grazie al voto. Lasciamo in sospeso la questione delle allucinazioni da ritorno del fascismo. Nessuno dei leader citati, se vogliamo essere seri, è fascista, sempre che questa parola abbia ancora un senso, e non indichi genericamente ciò che la sinistra «illuminata» non apprezza negli ultimi tempi, il rispetto della volontà degli elettori, come testimonia l’esistenza stessa del saggio di Lagasnerie.L’anima nera sarebbe il proceduralismo, che qualcuno, noi ad esempio, potrebbe considerare, al contrario, l’anima immacolata. Lagasnerie sostiene che la neutralità sui contenuti è in realtà indifferenza alla giustizia. Chiama a testimone l’esperimento di Milgram: chi accetta che un atto sia valido perché conforme a una procedura ha già sospeso ogni considerazione delle conseguenze. Il peccato originale risalirebbe a Rousseau, che calcola come si aggregano le volontà e non si domanda mai che cosa vogliano.Detto in parole povere: la democrazia non stabilisce chi ha ragione, stabilisce chi ha più voti. Siccome sul giusto e sull’ingiusto non ci mettiamo d’accordo, si rinuncia a discuterne e ci si affida a un metodo. Una legge vale perché è stata approvata nel modo previsto, non perché contenga qualcosa di buono: conta il come, non il che cosa.Lagasnerie rovescia il criterio. La legittimità non va riconosciuta a monte, per come la legge è nata, ma a valle, per quello che la legge combina: una norma vale se non espone più corpi alla sofferenza. Lui la chiama legittimità «vitalista». A noi pare che la democrazia, pur correndo il rischio di sconfinare nella tirannia della maggioranza, abbia un solo decisivo pregio: non vuole stabilire la verità, figuriamoci, ma «semplicemente» evitare il ricorso alla ghigliottina a ogni cambio di regime.Le conseguenze istituzionali sono esplicite, e sono il pezzo forte (in tutti i sensi) del libro. Le proposte fanno rabbrividire. Consigli scientifici con il potere di annullare le leggi, come oggi fanno le corti costituzionali. «Piattaforme di elaborazione specifica» (assemblee sorteggiate che ascoltano per mesi ricercatori ed esperti) al posto dei parlamenti eletti, templi dell’inerzia dove nessun argomento ha mai spostato un voto. Una norma con sanzioni per chi mente: interdizione dallo spazio mediatico, una patente a punti per i politici, taglio dei fondi ai partiti che falsificano i dati.Marcuse e la sua tolleranza repressiva sono citati con approvazione.Prima di gridare allo scandalo conviene ammettere che Lagasnerie non ha inventato nulla: ha messo per esteso un umore che respiriamo da anni. Il voto viene guardato con fastidio crescente. Quando il risultato piace è il popolo sovrano, quando non piace sono la disinformazione, gli algoritmi, l’analfabetismo funzionale, la rabbia da spiegare all’elettore. Il mandato viene rispettato in proporzione esatta al gradimento di chi lo ha vinto, e appena possibile la partita si sposta dove non si vota. Ci penseranno i tecnocrati e gli illuminati dalla cultura.Al francese va riconosciuta la franchezza: dice ad alta voce quello che molti, a sinistra, pensano a bassa voce. Poi il libro cambia passo, e qui viene il bello. Nella seconda metà entra in scena Robert Nozick. Se un popolo non si governa mai da sé, se è soltanto lo spazio in cui alcuni governano altri, perché mai dovremmo coabitare? Ecco la meta-utopia: pluralizzare gli ordinamenti giuridici, riconoscere il diritto di sottrarsi a una comunità, «de-coabitare». Gli indizi Lagasnerie li cerca nel regolamento dei contratti e nelle ambasciate. E arriva a scrivere che l’atto politico per eccellenza non è il voto ma la sedizione.A questo punto chiunque abbia frequentato un poco la biblioteca avversaria sorride. I liberali non sono fautori della democrazia in sé.Sono fautori della libertà e di qualsiasi regime sia in grado di garantirlo. La critica della democrazia è un classico ma i liberali non si spingerebbero, come fanno i progressisti, a sistemi di controllo «cinesi».Hans-Hermann Hoppe, in Democrazia: il dio che ha fallito, un quarto di secolo fa, sosteneva che il principio maggioritario produce dilapidazione e decivilizzazione, e proponeva la secessione e le comunità contrattuali. Ed è solo un esempio tra i moltissimi possibili.
Il guaio è che il libro di Laga-snerie, per quanto interessante, è davvero inquietante. Rendere la verità vincolante richiede qualcuno che la certifichi, e l’autore non nasconde l’asimmetria: la destra mente di più, dunque la norma non è neutrale. é uno strumento di lotta di cui la democrazia priva il progressismo. Cita perfino lo studio secondo cui un modello linguistico vincolato alla veridicità scivola a sinistra, e lo prende per prova. Avrebbe dovuto prenderlo per allarme: un criterio di verità che conferma sempre il proprio programma non è un criterio, e uno specchio.
Eppure molto, nel libro, è esatto. «Democrazia» è una parola che copre cose incompatibili (elezioni, principio di maggioranza, indipendenza dei giudici, tutela delle mino-ranze) e ciascuno attiva il significato che gli serve. Il conflitto fra procedura e sostanza è reale: le corti costituzionali esistono perché non abbiamo mai creduto che la maggioranza abbia sempre ragione, e in questo senso il liberalismo è sempre stato contromaggioritario. L’errore è scambiare una vecchia acquisizione per uno scoop, e ricavarne una licenza di demolizione anziché un argomento per i limiti. Manca però il capitolo decisivo, e manca in modo clamoroso: Popper. La democrazia non si difende come macchina per produrre decisioni giuste (non lo è mai stata e mai lo sarà) ma come l’unico congegno inventato per mandare a casa chi governa senza spargimento di sangue. L’alternanza pacifica del potere ha risparmiato più vite di qualunque consiglio di esperti. Dove mettere mano, allora? La frustrazione che il libro de scrive esiste, ed è ben descritta. Ma il rimedio non è sottrarre altre materie al voto: è quello che facciamo da trent’anni, ed è la fabbrica del «voto di rabbia» che Lagasnerie deplora.
La sua proposta di costituzionalizzare il più possibile per mettere molte materie al riparo dagli elettori non cura la malattia, la somministra.
Il rimedio sta nel ridurre il perimetro di ciò che viene deciso per tutti: sussidiarietà vera, autonomie, meno leggi, uno Stato che smetta di ritenersi competente su ogni cosa.
La forma onesta della «de-coabita zione» non è necessariamente la secessione, è non legiferare su tutto.
Quando la posta in gioco si abbassa, si abbassa anche la temperatura del conflitto, e l’opinione del vicino smette di apparire una minaccia. Valutare gli effetti delle leggi va be-nissimo, purché in pubblico e potendo contestare i risultal, non davan ti a un consiglio con diritto di veto.
I volumi della collana Kreuzville si chiudono tutti con un diagramma di scacchi. Qui il nero muove con eleganza, e all’ultima mossa dà scacco matto a se stesso. L’anima nera della democrazia esiste davvero, ed è quella che sussurra che i voti degli altri sono un’occupazione militare. Lagasnerie la sente benissi-mo. Non si accorge pero che sta par lando a lui e alla sinistra dei «competenti».
