«La libertà accademica si trova oggi catturata in una gabbia trasparente, dove tutto è formalmente permesso ma in pratica regolato da filtri invisibili»: bastano questa frase, nel cuore di L’eclissi della libertà accademica (Mimesis 2026, pagg. 190, euro 20), e il margine luminoso dell’eclissi sulla copertina del volume di Fabrizio Sciacca, per nutrire qualche speranza che non di scomparsa irreversibile si sta parlando, ma appunto di un’eclissi temporanea e che soprattutto ci sia il margine, un barlume, su cui si possa lavorare. D’accordo, c’è una gabbia subdola che non si vede, ma che per ora ha solo catturato: resta sempre uno spazio interstiziale che può tradurre il formalmente permesso in una spinta a un rinnovato esercizio critico per ritrovare la sostanza di una «marginalità attiva» che pratica il dissenso e l’adesione a una libertà radicale.
Il libro si concentra su una libertà specifica che forse non interessa i più, perché stiamo parlando di accademia potremmo anche dire, con termini apparentemente diversamente connotati, di una minoranza o di un’élite, ma vi assicuriamo che più di un passaggio chiama in causa la comunità umana in senso più ampio. «La libertà accademica non è un protocollo amministrativo, non è garantita dal syllabus o dalla lingua d’insegnamento» puntualizza Sciacca con ironia, prima di introdurre un termine del convivere civile (ethos) ben diverso dal moralismo del politicamente corretto e dal tokenismo orientato più a risciacquare la reputazione che a correggere la sostanza: «Essa è piuttosto un ethos condiviso, una struttura invisibile fatta di diritti, consuetudini, istituzioni di garanzia, coraggio individuale e cultura del dissenso». Di passaggio, osserviamo che alla metafora negativa della «gabbia trasparente» che imprigiona la libertà accademica si contrappone quella positiva di una «struttura invisibile» generativa della stessa libertà: entrambe condividono una dimensione nascosta che sollecita un’intelligenza che è innanzi tutto capacità di discernimento.
Un discernimento che ad esempio porta a considerare il caso del 2020/21 che ha coinvolto Luigi Marco Bassani, allora professore all’Università di Milano, sospeso per la diffusione di un meme satirico, come il segnale di «una trasformazione del clima accademico, nella quale la distinzione tra ruolo pubblico e sfera privata tende a restringersi, mentre cresce la pressione affinché il docente non sia soltanto responsabile del proprio lavoro scientifico, ma anche perfettamente allineato alle proiezioni valoriali dell’istituzione». E, a proposito di valori, Sciacca segnala anche l’incidenza spropositata dei safe spaces, gli spazi che quasi tutelano più la «sicurezza emotiva» di una pluralità di minoranze più che la difesa della garanzia di poter manifestare un pensiero altro, prima ancora di dissentire: la nota dedicata al racconto satirico Safe space di Curtis Guy Yarvin è un esempio di come si possa da una parte ridurre il pluralismo al silenzio e dall’altra fare «della vulnerabilità una forma di potere».
Colpisce, innanzi tutto, la ricorrenza del tema della neutralizzazione del dissenso: questo saggio, dichiara Sciacca, nasce da una inquietudine e da una ipotesi, che «l’università, lungi dall’essere un santuario del pensiero, stia diventando strumento di neutralizzazione del dissenso». Se non è nemmeno forse auspicabile che sia un santuario (manifestiamo così il nostro piccolo dissenso per il termine sacralizzante, senza cadere nella trappola dell’intellectuel responsable di Bourdieu), certamente non è nella sua natura e nelle sue finalità che diventi uno strumento di neutralizzazione di voci dissonanti. Si badi bene che la dissonanza non è qui solo l’aperta contrapposizione a una imposizione visibile, ma anche quella che semplicemente mette in agenda temi non di moda, non sostenuti dalle politiche di finanziamento e in questo modo silenziati senza aperta censura: «la scuola e l’università dovrebbero essere luoghi in cui si impara a pensare contro la propria epoca, non solo in funzione di essa», sostiene Sciacca evidenziando anche la dimensione fragile della sua idea di libertà accademica: «richiede equilibrio: troppa apertura dissolverebbe il senso; troppo controllo soffocherebbe il dissenso». Chiamando in causa le tesi di Galen Strawson, per il quale nessuno è in senso ultimo responsabile delle proprie idee, dal momento che il nostro modo di essere deriva da una pluralità di fattori su cui non abbiamo controllo, Sciacca arriva a sostenere che «allora è giusto garantire a tutti il diritto di pensarle e sostenerle
e di sbagliare in un contesto di libertà vigilata ma non moralmente assolutista». Un contesto in qualche modo materno, come suggerisce la metafora utilizzata per descrivere l’istituzione nella quale si esercita la libertà di cui si discute in questo saggio: Alma Mater, e prima ancora foecunda mater, come un papa bollò la gloriosa Università di Oxford, in un documento consultato da Sciacca negli Archivi Segreti Vaticani.
