Nel Grande Gatsby, di Francis Scott Fitzgerald, uscito nel 1925, che è il ritratto di un’epoca in cui proibizionismo, contrabbando di alcolici, banchieri, affaristi e flappers sono tutti sul palcoscenico come fosse un varietà, ma invece del gran finale li attende la catastrofe, ovvero Wall Street e la crisi del ’29, nel Grande Gatsby, dicevamo, bere è un’attività compulsiva quanto generica. A differenza di Ernest Hemingway, che nei romanzi come nella vita era attento a ciò che veniva versato nei bicchieri, dal Capri bianco al Martini Cocktail, per intenderci, Fitzgerald era meno selettivo da un lato, più distratto e, probabilmente, più alcolizzato dall’altro: l’importante, insomma, era ubriacarsi.
Così, nel Grande Gatsby, nonostante le feste date dal suo omonimo protagonista nella sua gigantesca villa di West Egg, i cocktail, come i whisky, i bourbon, i gin e le birre restano senza nome, e anonimo è anche lo champagne che di quelle feste e di quei cocktail è un’importante componente.
Va detto che negli anni Venti del proibizionismo, oltre ai locali clandestini, i cosiddetti speakeasy, seminterrati, retrobottega, cantine, proliferarono nuove ricette in cui succhi di frutta, aromi, spezie, distillati improvvisati andavano sia a sostituire la carenza e/o mancanza di alcol, sia a mascherarne la presenza in caso di controlli di polizia troppo ravvicinati. Erano insomma un nuovo e diverso tipo di cocktail e alcuni di essi sono sopravvissuti alla loro epoca.
Che cosa si bevesse al tempo del romanzo-capolavoro di Scott Fitzgerald prova ora a dircelo in maniera originale un libretto a doppia firma, Silvia Casini-Antonio Lapone, divertente, informato e ben illustrato dal titolo I drink del Grande Gatsby (If edizioni, pagg. 127, euro 19,90) che contiene 49 ricette originali ispirate ai personaggi e al clima del romanzo. Del resto, il sottotitolo del libro è «Cocktail e storie proibite dai ruggenti anni Venti».
Per intenderci, Daisy Buchanan, il grande amore di Jay Gatsby, non beveva il Daisy’s Whisper presente nel libro, ma questo nome rimanda ai cosiddetti cocktail con albume, che allora furoreggiavano, chiamati «fizz» o «sour con schiuma» che mischiavano alla vodka e al lime appunto l’albume pastorizzato nonché lo sciroppo di violetta, tipica dei profumi femminili dell’epoca. Allo stesso modo, il Tom’s Imperial Julep rimanda nel romanzo a quel «telefona che portino su un po’ di ghiaccio per la menta» con cui Daisy apostrofa Tom Buchanan, suo marito, che ha appena srotolato la bottiglia di whisky dal tovagliolo del Palace Hotel. È il cosiddetto Mint Julep, bourbon, menta e ghiaccio, arricchito per l’occasione di sciroppo di zenzero e bitter aromatico...
Nella ricerca di Casini e Lapone scopriamo che negli anni Venti i Martini erano più wet, ovvero più ricchi di vermouth; i rum dei Caraibi sostituivano il whisky di qualità: vodka e ginger saranno gli antesignani dei cosiddetti Mule del decennio successivo; le bevande verdi a base di assenzio erano appannaggio delle flappers sportive e dei golfisti; il cocktail Boulevardier era la variante statunitense del Negroni, con il bourbon al posto del gin; tra i drink più iconici del proibizionismo c’era il Mary Pickford, dal nome dell’attrice più amata di Hollywood, non a caso nota come «la fidanzata d’America»: rum, succo d’ananas, granatina e un tocco di maraschino...
La prima descrizione di cosa fosse un cocktail risale al 1806, apparve sul periodico americano The Balance e suonava così: «Una bevanda stimolante composta da diversi alcolici, zucchero, acqua e bitter». L’origine del nome è oscura, ma The Savoy Cocktail Book, che è un po’ la bibbia in materia, la fa risalire all’inizio di quel secolo, quando l’esercito americano degli Stati Uniti del Sud entrò in contatto con il re messicano Axolotl VIII. Nei negoziati che ne seguirono, il re chiese al generale americano se volesse bere qualcosa, e questi acconsentì. Apparve allora una ragazza bellissima con in mano una coppa d’oro e rubini, colma di un liquido da lei stessa preparato. Ci fu un attimo di silenzio e di preoccupazione. Chi avrebbe bevuto per primo e/o da solo? La giovane risolse il problema chinando reverente il capo e bevendo d’un fiato dalla coppa. Il generale chiese chi fosse quella fanciulla: «È mia figlia Coctel» replicò il re. «Bene, farò in modo che il suo nome sia sempre onorato dal mio esercito»: Coctel divenne Cocktail e questo è quanto basta. È comunque dalla seconda metà dell’Ottocento che il termine assunse veramente il suo significato moderno, in contemporanea con il sorgere dei primi grandi alberghi internazionali e con l’apparire della prima clientela cosmopolita.
Nel tempo, i cocktail divennero l’effige di un’epoca, come suggerì Lillian Hellman, in cui bere appariva «romantic, even chic», ovvero il «drinking is fun» di Hemingway, il «civilization begins with distillation» di Faulkner, la «medicinal illusion of gin» del già citato Fitzgerald, lo «smoking, drinking, never sleeping» di Duke Ellington... L’epoca riassunta in quei versi di Auden: «Potrebbe una tigre/ bere Martini, fumare sigarette/ e durare quanto duriamo noi?». Ed è di H.L. Mencken, l’omaggio al Martini come «l’unica invenzione americana perfetta come un sonetto» ed è sempre questo cocktail l’unico a poter vantare una colonna sonora firmata da Cole Porter: «They have found the fountain of youth/ is a mixture of gin and vermouth»...
Quel mondo, il mondo rievocato in I drink del Grande Gatsby, è ormai scomparso da tempo e oggi che nei bar è vietato persino fumare e va di moda il vino rosso ci si ritrova a fianco di trentenni che hanno la vita dei pantaloni all’altezza delle caviglie, di quarantenni in overdose di pochette e di barman che fino a ieri facevano i baristi e parlano di calcio con i clienti, di musica techno, di appetizers con cui fai pranzo e cena. Si è chiusa insomma un’epoca e prima o poi i barbari travolgeranno anche quel poco, pochissimo, che, sparso, è qui e là rimasto. Per noi, adepti di una religione scomparsa, sarà comunque un dolce naufragare...
