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Milano raccontata in tanti modi "di versi"

Una guida "psico-geografica" della poesia nella città lombarda, da Petrarca a oggi: fra il Duomo e le periferie

Milano raccontata in tanti modi "di versi"

Il dibattito intorno alla Milano di oggi e a quella «di una volta» non mi appassiona. Le città sono organismi in continuo mutamento, inquiete per natura. Sul punto ha detto tutto, a dispetto di turbe di turbati intellettuali, Adriano Celentano ne Il ragazzo della via Gluck. Rimpiangere la Milano delle «Scimmie» o del «Derby Club» è un pindarico esercizio di nostalgia, l'inzuccamento del proprio ombelico: è come rimpiangere il calesse al posto della metropolitana. Quanto a me, preferisco la Milano di Sant'Ambrogio a quella del Sindaco Sala.

Il bello di Milano porto di mare. La poesia e la città (Mondadori, pagg. 444, euro 22), notevole antologia impalcata da Luca Mastrantonio, è nel ribadire un concetto arcano: il poeta presiede l'identità di un luogo. Oltre la coltre dei palazzi, dei pachidermi bancari e dei locali materia che va registrata tra gli effimeri esiste il «genio del luogo»: è quello che la poesia riferisce e custodisce. Di una città, la poesia minia il monito, la mente, il momento imperituro insomma: il fato. Robert Graves il grande poeta, autore del fondamentale La Dea Bianca direbbe: «La poesia serve per ricordare all'uomo che deve mantenersi in armonia con la famiglia delle creature viventi tra le quali è nato». Provate a leggere Cartina muta, una delle più note poesie di Milo De Angelis qui antologizzata a pagina 108. «Milano torna muta/ e infinita, scompare insieme a lei, in un luogo buio/ e umido che le scioglie anche il nome». Al di là delle evidenze biografiche ogni poeta s'incarica del destino di tutti spodestando il proprio Cartina muta sintetizza un'era esistenziale, i truci anni Novanta nella metropoli-macello e lo fa con un'assolutezza impossibile, chessò, agli Afterhours e ai Marlene Kuntz, ai Pearl Jam, a Pulp Fiction e ai Cranberries.

Il resto, sono poesie di poeti spesso insoliti, insolitamente bravi. Tra tutti rappresentanti di un'eccentrica «milanesità» da non milanesi preferisco Bartolo Cattafi, Piera Oppezzo, Elio Pagliarani. Del milanese Dario Villa si ricalca una poesia tragicamente dandy, come era lui: «La notte sbava per Milano,/ le sfila l'abito grigio,/ la veste da cortigiana,/ si fotte i marciapiedi sotto l'occhio/ lubrico dei cantoni...». Morto trent'anni fa, Villa girava col papillon, nottambulo, incurante di sé, poeta-emblema dei vertiginosi Ottanta: amato da Giovanni Raboni il poeta milanese per antonomasia, ovviamente pluriantologizzato è stato riscoperto di recente da Crocetti, che ne pubblica l'Opera in versi (2025).

Tra gli autori meno consueti è confortante leggere Sergio Solmi: in una poesia Entro la densa lente dell'estate va in scena «un milanese» che «vaga, di sé dimentico e di tutto» è il «ventisette Luglio mille/ novecento cinquanta». Lavorò presso il Servizio legale della Banca commerciale italiana, Solmi, scrisse libri audaci e per pochi Meditazioni sullo Scorpione, ad esempio ; insieme a Carlo Fruttero ha ideato per Einaudi la pionieristica e fruttuosa Antologia della fantascienza (ancora in circolo). Fu poeta apocalittico e metafisico, ingiustamente ai margini: Adelphi ne ha pubblicato le Opere a cura di Giovanni Pacchiano. A proposito di Adelphi casa editrice nata nel giugno del 1962 a Milano va detto del potere editoriale della capitale lombarda, che ha ospitato le imprese più importanti del settore: Bompiani, Mondadori (dopo gli esordi a Ostiglia, nel mantovano), Rizzoli (a Segrate), Feltrinelli (che nasce a Milano un secolo fa). Milano è la caput mundi della poesia: nel 1905 Marinetti vi fonda la rivista Poesia con sede in via Senato; nel 1988 Nicola Crocetti s'inventa in via Falck la rivista omonima, che esiste ancora: della sua redazione hanno fatto parte alcuni poeti straordinari come Seamus Heaney, Yves Bonnefoy, Derek Walcott e Tomas Tranströmer. Non è superfluo ricordare che a Milano nasce, muore e opera Vanni Scheiwiller, l'editore dei poeti, con cui solidarizzò Ezra Pound e di cui Crocetti che fonda l'omonima casa editrice nel 1980 è il simbolico erede.

Tra i tanti scrittori che transitarono a Milano il più amabile è «Arrigo Beyle, milanese», ergo Stendhal , ricordo, a mo' di amuleto, Arthur Rimbaud, che nella primavera del 1875, transfuga da tutto, fu ospitato al 39 di Piazza Duomo da una «ignota signora milanese» - così Ardengo Soffici; sul tema si veda il libro di Edgardo Franzosini, Rimbaud e la vedova (Skira, 2018) - e Franz Kafka. Lo scrittore del Castello fu a Milano nell'estate del 1911: tiravano 35 gradi all'ombra, «K» sorbiva sorbetti in Galleria Vittorio Emanuele, costrinse Max Brod a salire in cima al Duomo. Ne scaturì un lapidario commento: «Il Duomo dà fastidio con tutte le sue guglie» (per un profilo della gita kafkiana si veda: Benjamin Balint, Kafka in Italia, Wetlands, 2026).

I poeti centrali di Milano porto di mare sono Carlo Porta il bardo della milanesità , gli Scapigliati (che meraviglia l'afrodisiaco dark Tarchetti: «Quando bacio il tuo labbro profumato,/ cara fanciulla, non posso obbliare/ che un bianco teschio v'è sotto celato»), l'incommensurabile Manzoni, padre di tutti noi parolieri. Pur con la mappa in appendice, questo libro non va usato come scialbo, lirico baedeker, ma come manuale di incantesimi: il poeta, notoriamente, vede ciò che nessun altro sa vedere. Lo scambio di poesie tra Alda Merini e Giorgio Manganelli (pagine 77-80) è stupendamente folle («Mia rosa mostruosa,/ delicata, indolente paranoia», scrive, in ritirata, il Manga'). Quanto a me, ho nostalgia della Milano venata di Navigli: la rendevano «almeno fino a un secolo fa, molto più somigliante ad Amsterdam o a Venezia che non alla città di oggi».

Inutile, riguardo a volumi simili, fare il gioco degli esclusi (non è elegantissimo, piuttosto, che il curatore si sia incluso nel libro). Tra tanti autori decorativi Marco Rossari, Marcella Vanzo, Patrizia De Ponti, Manuel Maria Perrone spiace l'assenza di Simone Cattaneo, un Sansone metropolitano (leggersi almeno Made in Italy, Atelier Edizioni, 2008) che di Milano ha detto le atmosfere più sordide, in una lirica tesa tra Taxi Driver e Machiavelli.

Mastrantonio scrive ricalcando Clemente Rebora, milanese, il poeta-cardine del nostro

canone di «una città vorace». È vero. A me Milano ricorda la Cyanea capillata, la medusa criniera di leone, la più grande al mondo, con quei chilometrici tentacoli. Abnorme, famelica da lontano sembra una meravigliosa stella.

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