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Letteratura

Houellebecq spiega l’eutanasia dell’Occidente

Con la scusa di garantire dignità al malato, si concede il fine vita a chi soffre e a chi è in stato comatoso. Si inizia così e poi...

Una tesi forte, ma un romanzo debole

Mentre la Francia porta a termine il suo percorso legislativo sul fine vita (l’Assemblea nazionale ha approvato in lettura definitiva, il 15 luglio, la legge sul «diritto all’aiuto a morire», dopo tre respingimenti del Senato), Michel Houellebecq torna sul terreno che presidia da anni con la costanza di chi sa di combattere una battaglia perduta. Nato alla Reunion nel 1956, poeta prima che romanziere, autore di Estensione del dominio della lotta, Le particelle elementari, La carta e il territorio (Premio Goncourt 2010), Houellebecq è da trent’anni l’osservatore più acuto del malessere occidentale. Sull’eutanasia, però, non fa il cronista del disastro: si schiera.

Qualche giorno fa, la rivista on line Snaporaz di Filippo D’Angelo ha tradotto un portentoso articolo di Houellebecq, uscito su Le Figaro, e destinato a incendiare la polemica sul fine vita. Il testo si apre con l’aneddoto di Gandhi (la civiltà occidentale «potrebbe essere una buona idea») per correggerlo subito: una civiltà occidentale c’è stata, ma sta ormai alle nostre spalle. I posteri, se ce ne saranno, non proveranno collera bensì perplessità. Lo schema è questo: caduta del cristianesimo compiuta dall’illuminismo, con Comte e Nietzsche a fornire il corredo teorico. Quello che non torna, osserva l’autore, e che in Asia le cose vadano peggio: il crollo demografico di Giappone, Corea e Cina indica che a autodistruggersi e la modernità in quanto tale. Il Belgio ha esteso l’eutanasia ai sofferenti psichici nel 2002 e ai minorenni nel 2014. La Francia sarebbe la prossima diga.

Il cuore del pezzo è l’assalto alla parola «dignità», unico vero argomento dei fautori della legge e proprio per questo logorato fino all’illeggibilità. La formula ricorrente («non avrebbe sopportato di diventare un vegetale») rivela secondo Houellebecq una concezione puramente pragmatica dell’umano, ridotto a valore d’uso: l’esatto rovescio dell’imperativo kantiano che vieta di trattare l’umanita come semplice mezzo. Una prima incrinatura era avvenuta con l’antispecismo, che ha impostato la giusta battaglia contro la sofferenza animale sulla nozione discutibile di «diritti dell’animale» invece che sulla compassione. Con l’eutanasia non si tratta più di incrinatura ma di caduta. Ne discende la pagina più forte, quella sul nichilismo. Lo spettro che si aggira da due secoli è arrivato, ma non ha il volto di Dostoevskij o di Nietzsche: è variopinto e allegro. L’emblema è un video pubblicitario della catena canadese Maison Simons, poi ritirato dopo i sarcasmi in rete, che metteva in scena un’eutanasia felice fra onde, violoncello e pranzo conviviale, con i codici visivi dell’industria del lusso. Alla stessa logica risponde la riduzione dello spirito umano alle sue facoltà di comunicazione orale: dal dossier sui centri francesi, l’autore ricava l’episodio della paziente muta da anni che ricomincia a parlare e spiega di non aver trovato interessante quel che si diceva attorno a lei. Chi scrive, aggiunge, sa che la parola e solo una frazione dello scritto, e lo scritto una frazione della vita interiore.

Segue la requisitoria contro il pudore emotivo, presentato come la versione mondana della dignità: l’elogio mediatico della compostezza delle vittime serve, in ultima analisi, a legittimare l’egoismo di chi può così tornare alle proprie occupazioni. Lo stoicismo viene liquidato come filosofia da tacere. E quando il pudore investe il corpo, la domanda finale diventa se sia dignitoso esistere. Da li all’eutanasia il passo è breve, e Houellebecq lo segna con un omaggio inatteso alla Gaia scienza di Nietzsche sulla vergogna da risparmiare agli altri.

La chiusa politica è la più tagliente: il progressismo funziona come meccanismo a scatto, ogni conquista è irreversibile per principio, e questo (antidemocratico, perché una legge può disfare quel che un’altra ha fatto) lo rivela per quello che è, un destino. All’autore, spesso etichettato come Deprimista, non resta che respingere l’accusa di compiacimento: ha scrutato i sintomi del suicidio occidentale senza rallegrarsene. Entriamo in un mondo dove sarà più facile morire, conclude; avrebbe preferito un mondo in cui si potesse vivere.

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