Il fenomeno della medicalizzazione della vita rappresenta una delle trasformazioni più profonde e silenziose dell’epoca contemporanea: non si limita a ridisegnare la nostra mappa biologica, ma va ad alterare la struttura stessa del nostro orizzonte esistenziale. Se per secoli la medicina è intervenuta come un evento eccezionale un sollievo o una parentesi di cura nel corso di un’esistenza guidata da altre logiche , oggi essa è diventata coestensiva alla vita stessa. Dalla nascita al fine vita, passando per ogni fase intermedia, l’esperienza del corpo e della mente viene continuamente monitorata, diagnosticata, misurata e ottimizzata. Non ci limitiamo più a curare il male quando si presenta; usiamo la medicina per modulare la stanchezza, contenere l’ansia, correggere l’estetica, potenziare le prestazioni e prevenire ogni sfumatura di decadimento. La tecnica medica si applica direttamente sui corpi, fino a rimodellarne la percezione di sé e la memoria collettiva. In questo nuovo scenario, la malattia muta di segno. Essa smette di essere soltanto una patologia acuta o un accidente biologico da estirpare, per trasformarsi in una vera e propria metamorfosi: un processo continuo con cui l’individuo deve imparare a convivere, un nuovo linguaggio attraverso cui definire la propria identità. Tutto ciò converge verso la grande sfida del nostro tempo: il tema della longevità. Se la biologia viene costantemente prolungata e assistita, come facciamo a preservare il significato dell’esperienza umana, l’autonomia del pensiero e la dignità del limite?
Ci viene incontro il nuovo e originale libro di Edoardo Nesi, dal titolo Sto come un re (pubblicato da La nave di Teseo): un’opera in cui l’imprevedibilità e il potere metamorfico della malattia diventano il vero perno di una svolta biografica tanto drammatica quanto singolarmente avventurosa. Il protagonista, il sessantacinquenne Luciano Martinelli, ha sempre presunto di essere sanissimo, invulnerabile e del tutto estraneo a ogni rischio patologico. Improvvisamente, però, si trova traumaticamente sopraffatto da un ictus accompagnato da una violenta crisi epilettica. L’incipit del romanzo racconta questo episodio in modo incisivo e straziante, restituendo con straordinaria efficacia la concitazione del momento, il rovello dei pensieri e le repentine epifanie che si sovrappongono alle sensazioni fisiche.
Proprio durante questo grave evento patologico, tuttavia, affiora per il protagonista una sorprendente rivelazione. In quei momenti limite, infatti, Luciano ritrova seppur in una dimensione allucinatoria la presenza vivida della persona che ha più amato al mondo e che credeva definitivamente perduta: la moglie Lisa, scomparsa anni prima. In quello «spazio bianco», un interstizio sospeso tra la vita e la morte, persino il tempo lineare e irreversibile sembra abolire le sue leggi. La corsa cieca dell’esistenza arresta d’un tratto il proprio divenire forsennato, arrendendosi a una serena scoperta del significato più profondo e inatteso delle emozioni.
Martinelli si ritrova a dover fare i conti soprattutto con lo sguardo del figlio, che diventa lo specchio più nitido e doloroso della sua nuova realtà: agli occhi smarriti e preoccupati dei suoi affetti più cari, non è più l’uomo forte di un tempo, ma un malato vulnerabile. Adesso deve imparare a sostenere il peso di questa diversa percezione di sé, abituandosi a gestire non soltanto le fragilità del proprio corpo, ma anche la gravosa e inedita immagine che proietta sugli altri. In questa sua nuova vita, il protagonista si trova costretto ad abdicare all’illusione della propria autosufficienza. È un percorso doloroso ma necessario, che lo spinge ad abbracciare con piena consapevolezza la propria improvvisa fragilità e a cercare l’affidamento verso l’altro. In questo delicato passaggio di transizione, sarà Tamara, una badante georgiana settantenne, che viene descritta come una donna si esprime in una lingua italiana incerta ed erratica, nemmeno troppo pratica in cucina, ma che si rivelerà fondamentale per aiutare Luciano a rimettere insieme i pezzi della sua vita, a farsi guida e figura chiave di un vero e proprio viatico umano ed esistenziale: presenziando con discrezione e cura quotidiana, lo accompagna passo dopo passo verso l’accettazione dei propri limiti fisici, aiutandolo con pazienza a ridefinire le priorità e a disegnare la nuova mappa del suo percorso nel mondo.
Il libro di Edoardo Nesi è un racconto umano ed empatico, ben delineato nei suoi personaggi e sorretto da una nitida e audace riscoperta di se stessi nelle pieghe della fragilità del corpo.
