Mentre l’Occidente discute di come regolare l’intelligenza artificiale, un solo documento si è azzardato a contestare la premessa stessa di quella discussione. È un’enciclica, Magnifica Humanitas , e questo dice già molto sullo stato del pensiero laico: la più radicale opposizione alla tecnocrazia digitale arriva dal Vaticano, non dalle accademie né dai parlamenti.
La sinistra ha ridotto la questione a un problema di inclusione e di garanzie (l’algoritmo come potenziale discriminatore da addomesticare con la norma); la destra l’ha consegnata alla sovranità tecnologica e all’accelerazione (l’algoritmo come arma di un primato nazionale o di mercato). Schemi opposti, identico assunto: la macchina è data, resta da stabilire chi la governa e con quali cautele. Nessuno mette in dubbio il paradigma. Leone XIV lo coglie nel punto preciso in cui il potere è migrato dagli Stati ad attori privati transnazionali «dotati di risorse e capacità di intervento superiori a quelle di molti governi». Quando il sovrano cambia natura, regolarlo significa riconoscerne la legittimità.
Da qui il verbo che fa dell’enciclica un testo eversivo e non devozionale: «disarmare». Leone prende la parola pronunciata il giorno dell’elezione (la pace «disarmata e disarmante») e la rovescia sulla tecnica. «Disarmare l’Ia significa sottrarla alla logica della competizione armata, che oggi non è più solo militare ma economica e cognitiva ». Il bersaglio è l’assioma fondativo della tecnocrazia: l’equivalenza fra potenza tecnica e diritto di governare. Romperla, scrive, non vuol dire rinunciare alla tecnologia, ma «impedirle di dominare l’umano». E la frase che nessun regolatore europeo oserebbe firmare: «Non basta regolarla: va disarmata e resa ospitale ».
Si misuri la distanza. La regolazione amministra l’oggetto e così lo consacra; il disarmo nega la pretesa che l’oggetto detti l’ordine. La prima è una mossa interna alla partita (e l’enciclica liquida in anticipo anche la sua versione nobile, l’etica dell’«allineamento »: «non serve un’Ia più morale se la morale è decisa da pochi»). Il secondo è il rifiuto della partita. È la sola posizione che meriti il nome di opposizione, perché non chiede alla potenza di comportarsi meglio: le contesta il titolo a comandare.
Non è un caso che lo stesso verbo regga il capitolo sulla guerra. Il quinto capitolo si intitola «La cultura della potenza», e dentro quella categoria l’enciclica fa convergere due fenomeni che di solito trattiamo separati: la corsa all’algoritmo più performante e la riabilitazione della guerra come strumento ordinario della politica. Hanno la stessa radice. Sono due volti della potenza senza verità.
È il secondo punto del documento, e il più tagliente: la demolizione del «presunto realismo politico ». Il realista si racconta come l’adulto della stanza, quello che ha smesso di illudersi: il pacifismo è ingenuo, la guerra appartiene alla natura umana, prepararsi al conflitto è responsabilità. L’enciclica capovolge l’autoritratto. «Ciò che è veramente irresponsabile è la realpolitik», scrive Leone, perché semina «la rassegnazione a una guerra ineluttabile» e bolla come utopia ogni alternativa. Il sedicente realismo è la vera fuga dalla realtà. E la diagnosi va a fondo, fin dove la cronaca politica non arriva mai: alla radice non c’è il calcolo, ma il nichilismo. «Quando ci si persuade che nulla è veramente vero e che i “principi” non sono che un involucro vuoto », la miccia di nuove violenze si accende. Non per caso il testo convoca Hannah Arendt: il suddito ideale del regime totalitario è colui per il quale la distinzione fra vero e falso ha cessato di esistere.
Qui i due argomenti si saldano, ed è il cuore del documento. La tecnocrazia digitale e la realpolitik bellicista poggiano sullo stesso vuoto: l’abbandono della verità. Caduta l’idea di una verità sull’uomo che preceda e vincoli il potere, non resta che il potere: quello dell’algoritmo che classifica e scarta, quello della forza che decide chi sia «danno collaterale». Babele è insieme la torre digitale e la nazione armata. La stessa lingua unica che pretende di tradurre tutto in dati e prestazioni traduce anche il nemico in bersaglio.
Si dirà: la Chiesa fa la Chiesa, nulla di sorprendente. Ma il punto è esattamente rovesciato. La Chiesa è sola non per un trionfo, bensì per diserzione altrui. Augusto Del Noce aveva descritto la società tecnologica come la forma compiuta del nichilismo: una civiltà che, espulsa la domanda sulla verità, conserva soltanto l’efficienza come criterio. In quella civiltà l’opposizione alla tecnica non può essere tecnica, perché sarebbe già una mossa nella partita; e non può essere etica in senso debole, perché l’etica senza fondamento è proprio ciò che il potere chiede, un involucro da riempire a piacimento. Può essere solo ontologica: la riaffermazione che esiste una verità sulla persona che nessuna potenza ha titolo a cancellare. È per questo che l’opposizione, almeno in Occidente, oggi può venire solo da chi non ha disarmato il sacro. Altrove altre tradizioni custodiscono forse ancora un fondamento; qui il terreno è sgombro. Il pensiero laico ha consegnato le armi per primo: avendo incoronato la tecnica, non possiede più il luogo da cui contestarla.
L’enciclica
chiama Babele con il suo nome e le oppone Gerusalemme, ricostruita «pezzo per pezzo». La si può trovare insufficiente, persino afona dove più servirebbe la parola. Resta il fatto che è l’unica opposizione rimasta in piedi.