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Letteratura

Pasolini e l’alchimia dell’arte contro l’Apocalisse

Nel libro di Gnocchi, si ipotizza che le opere dello scrittore, a partire dagli anni Sessanta, appartengano allo stesso disegno. Un esorcismo per combattere la modernità

"Cronaca di un amore" illumina Callas e Pasolini

Per gentile concessione dell’editore, pubblichiamo uno stralcio di La Grande Opera di Pasolini. Mito e profezia da Medea a Petrolio (La nave di Teseo, pag. 122, euro 16; in libreria da oggi) di Alessandro Gnocchi, caporedattore del nostro Giornale.

Abbiamo dunque testato i confini della Grande Opera di Pasolini. La Grande Opera è il risultato finale degli esperimenti dell’antico alchimista. Si partiva dalla putrefazione (Nigredo) per arrivare alla purificazione e infine alla elevazione spirituale (Rubedo). Abbiamo immaginato che gli scritti di Pasolini, da Teorema a Salò siano l’esperimento di un moderno «alchimista». Il momento saliente, Petrolio, rimarrà inedito. La Divina Mimesis uscirà subito dopo la morte di Pasolini ma non è un libro postumo se non in senso cronologico: l’autore fece in tempo a dare il «visto si stampi». Oltre a Petrolio, gli altri pilastri della Grande Opera sono La nuova gioventù e gli Scritti corsari. Abbiamo cercato di dimostrare la coerenza dell’insieme: ogni libro è aperto e richiede il montaggio da parte del lettore. Lo stesso vale per la Grande Opera nel suo complesso. Ogni libro è composito e non finisce con l’ultima pagina del volume. Prosegue nelle altre parti della Grande Opera ma anche nel materiale più disparato, indicato più volte da Pasolini stesso. Ad esempio, nelle conferenze di Eugenio Cefis, nelle fotografie indicate, nei quadernetti di Appunti, negli articoli di altri autori, nelle cronache dei settimanali illustrati raccolti nelle buste d’accompagnamento di Petrolio.

È un caos organizzato: il materiale più diverso è comunque destinato a essere fuso allo stesso modo in cui l’alchimista fondeva i metalli (e altro) nel suo ribollente Vas (titolo primigenio o addirittura alternativo di Petrolio). Prosegue soprattutto nella vita e infine nella morte tragica. Un’apparente collocazione fuori posto sarebbe occupata dalla Trilogia della vita: il Decameron, I racconti di Canterbury, Il fiore delle Mille e una notte. È l’ultimo tentativo di vedere il lato positivo della realtà. Nel 1975 arriva l’abiura. Pasolini ripudia la Trilogia. Era un’illusione.

Per un attimo, Pasolini ha provato a credere che si potesse ancora dire sì alla vita, e ha dovuto ammettere di avere torto. E la delusione tremenda viene scagliata nel Vas, insieme con tutto il resto. L’artefice della Grande Opera era un uomo disperato, l’abbiamo visto. Tutto gli sfuggiva dalle mani. La giovinezza era finita. Il mondo in cui era cresciuto era finito e quello nuovo non aveva bisogno di un poeta. I ragazzi sottoproletari, che tanto amava, erano diventati aspiranti borghesi. Che fare? Un gigantesco esorcismo, libro dopo libro. Un gigantesco esorcismo in grado di fuggire dalla pagina ed entrare nella vita, per restaurarla e rinnovarla.

Abbiamo ipotizzato che anche la morte di Pasolini faccia parte della Grande Opera, e ne sia il coronamento. Resta da capire se il rituale abbia funzionato e cosa significhi, se significa qualcosa, per noi. La morte di Pasolini si è imposta, fin dalle prime ore, come un crimine che eccedeva la cronaca. Non bastava la ricostruzione giudiziaria a esaurirne il significato: restava, sotto e oltre i fatti, una domanda che la società italiana non ha mai smesso di porsi, non tanto «chi lo ha ucciso?» quanto «perché doveva morire così?».

Dunque, cosa abbiamo imparato? La mutazione antropologica non si è fermata, lo sappiamo dall’inizio del libro. Ciò che è mutato, semmai, è l’uso pubblico della figura di Pasolini: santificato, citato, reso icona scomoda, ma progressivamente svuotato delle posizioni che infastidivano davvero, di destra come di sinistra. È lo stesso meccanismo che avevamo osservato in apertura, quel coccodrillo fuori tempo massimo che arriva ogni novembre: solo che ora ne conosciamo la grammatica. Il meccanismo, in fondo, è lo stesso che si osserva dopo ogni sacrificio: la vittima viene divinizzata dalla comunità che l’ha prodotta e la violenza si rende innocua trasformandosi in racconto sacro, in anniversario, in monumento. Ogni ricorrenza della morte di Pasolini, ogni murale, ogni citazione ormai slogan onora la vittima mentre neutralizza il contenuto specifico delle sue accuse: la corruzione, l’opacità dello stato, la complicità della classe intellettuale e così via. Si è ricordata la persona assai più di quanto si siano discusse le sue idee. Se c’è un apprendimento, è dunque negativo e dimostrativo insieme. La morte ha confermato la sua stessa tesi: il Potere assorbe chi lo minaccia non solo sopprimendolo ma anche riducendone la memoria a rito celebrativo. Il capro espiatorio ha rifondato un ordine, ma un ordine che ha semplicemente digerito la sua voce invece di ascoltarla. Un sacrificio letto solo nei termini del meccanismo vittimario resta, in fondo, un evento umano, spiegabile, richiuso nella logica della comunità che se ne serve. Ma se quella logica basta a spiegare come funziona il sacro, non basta a offrire ciò di cui l’uomo ha davvero bisogno: una redenzione che spezzi la catena sacrificale. È questo lo scarto tra il capro espiatorio pagano, che la comunità produce e consuma per continuare a vive senza cambiare, e il sacrificio cristiano, che rompe il meccanismo dall’interno, rivelandolo e denunciandolo invece di perpetuarlo in silenzio.

È stata una morte inutile? Il corpo maciullato, la Rubedo (purificazione ed elevazione spirituale) che si fa terra insanguinata, non lasciano alibi o speranze. Quello è il cadavere di una vittima sacrificale e lascia sgomenti. Nella pietas davanti al corpo esposto del poeta risiede il buon uso della morte promesso da Pasolini. O almeno questo è il mio montaggio. Fermiamoci un attimo. Immaginiamo di essere al cinema. Mentre il corpo straziato di Pasolini sparisce in dissolvenza, sullo schermo appare una frase del Vangelo che il poeta conosceva benissimo: «In verità, in verità vi dico: se il chicco di grano caduto in terra non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto».

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