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Un "Pranzo da re" di trentasette portate per celebrare la vita e allontanare la notte

Jim Harrison era un gourmand vagabondo. Le sue avventure fanno ridere e piangere

Un "Pranzo da re" di trentasette portate per celebrare la vita e allontanare la notte

Ci sono libri che si leggono e libri che si divorano. Un pranzo da re di Jim Harrison appartiene, con inconfutabile evidenza gastrica, alla seconda specie. Edizioni Settecolori lo scodella in libreria e ci consegna il candidato più serio al titolo di libro più bello dell'estate (forse anche dell'anno, almeno fino a qui). Un titolo che di solito spetta a romanzi gialli o rosa, e che qui invece va a una raccolta di articoli su cibo, vino e caccia scritti da un americano che mangiava come dieci e scriveva come nessun altro.

Chi era Jim Harrison? Un poeta travestito da orso. Nato nel 1937 in una fattoria del Michigan, cieco da un occhio per un incidente d'infanzia, con denti da coniglio e la voce da baritono, autore di Leggende d'autunno (quello del film con Brad Pitt, Vento di passioni, faccenda che lui considerava del tutto secondaria), Harrison ha passato la vita tra il Montana e l'Arizona, con l'auto sempre piena di provviste, il pacchetto di sigarette American Spirit a portata di mano e la testa piena di Machado e García Lorca. L'appetito era leggendario: quando non mangiava parlava di cibo, oppure andava a cacciarlo o pescarlo, e dopo aver mangiato passava il tempo a discutere di quello che aveva appena mangiato. È morto nel 2016, alla scrivania, con la penna in mano, pochi mesi dopo l'amata moglie Linda, con cui era stato sposato cinquantasei anni.

Che cene... Batali, nella prefazione, ricorda una prima serata da Babbo, ristorante italiano a New York, protrattasi per quindici portate tra testina, lingua d'agnello, ravioli di guancia e magnum di Barolo. Al termine Jim implorò comunque un ultimo crostino di coda di bue «perché mi ricorda García Lorca». Ma il cuore del libro è un pranzo davvero leggendario: trentasette portate, undici ore di tavola, dodici commensali riuniti a L'Espérance di Marc Meneau, in Borgogna, per mangiare ricette esumate da diciassette libri stampati tra il 1654 e il 1823. Costò più o meno quanto una station wagon nuova, e Harrison lo difese con logica ferrea: nessuno di loro voleva una automobile, e siccome il pranzo durò fino a notte avevano pure risparmiato la cena.

Il resto sono avventure di un gourmand vagabondo, appunto. Serpenti a sonagli spellati sul greto di un torrente da un chirurgo che si era laureato per corrispondenza (aveva perso qualche paziente, ma in California conta altro). Un crotalo dato in pasto alla scrofa Mary, che sorride riconoscente prima di finire, un giorno, in prosciutto. Uccelli selvatici a decine mangiati fino a diventare, per contrappasso, quasi un ornitologo. Zamponi inghiottiti apposta per capire meglio Pavese, e centinaia di polli che il padre grigliava per i picnic della chiesa nel Michigan calvinista, dove pure vigeva il precetto che si mangia per vivere e non si vive per mangiare (precetto che Jim ha passato l'esistenza a smentire).s Harrison praticava l'arte di «mangiare il paese»: come pretendi di capire la Francia o la Spagna se non ingoi, provincia per provincia, ciò che ingoiano loro? L'empatia, sosteneva, è anche una questione biologica: lo zampone ti entra nei neuroni e ti rende un lettore migliore. Non aveva nulla contro i templi stellati della haute cuisine ma rivendicava la trattoria, il Lambrusco, l'osso da rosicchiare. Al Taillevent gli negarono un Calvados perché, parole del ristoratore, prima dei formaggi non si può servire. Di fronte al rifiuto, Jim giurò eterna fedeltà ai bistrot di Lione, dove volentieri si sarebbe fatto spingere in carrozzella da un vegetariano. Diffidava delle regole a tavola come dei minimalismi in letteratura, quei romanzetti esangui in cui, diceva, ci si siede sopra un cadavere per spremergli l'ultimo alito di vita. Qui viene il bello, e il libro diventa più di una spassosa antologia enogastronomica. Sotto ogni portata, Harrison sente il ticchettio dell'orologio. «Mangiare è una corsa contro il tempo», scrive, e non è una battuta. Racconta le proprie «morti digestive» nei parcheggi dei ristoranti d'autostrada, dove si inginocchiava a pregare per un futuro di cibi più decenti. Alla sua età, avverte, ogni parola potrebbe essere l'ultima. Il viaggio e il pasto diventano allora un esorcismo: si attraversa un continente per un pranzo perché la vita è ferocemente breve, e l'unico modo dignitoso di rispondere alla morte è apparecchiare la tavola, stappare un Barolo del 1982, ordinare la portata numero trentasette sapendo benissimo di non averne bisogno. Il gourmand, per Harrison, è chi continua a mangiare anche quando la fame è finita. Definizione che, a pensarci bene, vale per chiunque abbia deciso di restare vivo con ostinazione. Ecco perché il libro piacerà anche agli inappetenti. Non è un ricettario (qualche piatto fa capolino, ma con aria distratta), è un libro sull'appetito nel senso più vasto: fame di mondo, di parole, di amici, di vino buono e di conversazioni che durano quanto un pranzo borgognone.

Harrison scrive di trippa e cotogne con la stessa sensualità con cui altri scrivono d'amore, e lo fa ridendo sempre, perché sapeva che l'unico peccato imperdonabile, davanti a un piatto come davanti alla vita, è la mancanza di senso dell'umorismo.

Portatelo sotto l'ombrellone. Poi però non lamentatevi se, voltata l'ultima pagina, vi ritroverete a cercare un volo per Lione e a prenotare un tavolo che duri fino a notte.

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