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Quando Karen Blixen si finse Jane Austen per scrivere una fiaba nera contro il nazismo

Quando Karen Blixen si finse Jane Austen per scrivere una fiaba nera contro il nazismo

Nel 1944, Karen Blixen (1885 - 1962) pubblicò in Danimarca, sotto lo pseudonimo di Pierre Andrézel, un romanzo dal titolo Gengaeldelsens Veje, The Angelic Avengers, nella lingua inglese in cui era stato scritto. La traduzione venne affidata a Clara Svendsen, che vent'anni dopo ne avrebbe curato i diritti relativi alle opere, ma che all'epoca era la sua colf e la sua cuoca, nel tempo segretaria, amica, confidente...

Per via della guerra e della occupazione nazista, le traduzioni dall'inglese erano vietate, ma apparentemente qui si trattava di un autore francese, Andrézel, appunto, e la censura non andò troppo sul sottile per verificare la lingua di partenza, tanto più che i tedeschi la guerra di fatto l'avevano ormai persa e quindi avevano ben altro cui pensare... La Blixen, che però si firmava anche, al maschile, Isak Dinesen, lasciò egualmente quel nome francese quando poi il libro apparve con successo negli Stati Uniti e anche se tutti sapevano che a scriverlo era stata lei.... Faceva parte, questo gioco di travestimenti, doppie verità e esistenze, come dire, parallele, di una personalità che per tutta la vita era andata alla ricerca di qualcosa di diverso da quanto il destino le aveva riservato: sposa brillante e però del marito sbagliato, il fratello gemello del ragazzo da lei amato, e quindi moglie tradita, amante appassionata e tuttavia vedova precoce, donna d'affari, una piantagione di caffè in Africa, bancarottiera nella realtà...

Il libro ebbe un buon successo di vendite, in patria e all'estero, ma la critica, in specie quella danese, arricciò il naso: lei era l'autrice delle Sette storie gotiche, dei Racconti d'inverno, di La mia Africa, ovvero una via di mezzo fra Sherazade e un'affascinante baronessa e avventuriera con lo spleen alla Lord Byron, niente a che vedere insomma con una sorta di Jane Austen tornata sulla terra nel XX secolo per raccontare la storia di due giovani

e pure fanciulle, pupille di un puritano pastore protestante scozzese che in realtà era un mercante di schiavi, un professionista della «tratta delle bianche» se non, addirittura, il diavolo in persona...

La Blixen trovò che questo tipo di critiche rispondeva perfettamente al modo di pensare dei suoi connazionali, che si prendevano sempre sul serio specie quando pensavano di essere spiritosi. È come, osservò, essere l'unica che beve alcolici in un party dove tutti sono astemi. E tuttavia, aggiungeva, «il bello della vita sta nell'ebbrezza», bisognava insomma «saper giocare», «saper recitare» ed era proprio questo che mancava ai critici di cui sopra.

Adesso che I vendicatori angelici torna nelle librerie (Adelphi, pagg. 368, euro 14; traduzione di Bianca Candian), il lettore ha la possibilità di verificare da sé quanto la Blixen non solo avesse le idee chiare, ma come dietro quel «divertimento» ci fosse anche una non troppo nascosta venatura politica: le due vergini innocenti in fondo non erano altro che la Danimarca e il puritano pastore protestante dall'eloquio ammaliante e dotato di un carisma senza pari rimandava dritto dritto al messianesimo hitleriano, all'intossicazione ideologica.

Via via che il racconto procede, tutto quello che poteva apparire come un romanzo rosa si trasforma nel suo esatto contrario. Una delle eroine fugge di notte, ma senza paura dalla casa dove fa da istitutrice a un piccolo cieco, perché il padre di questi le ha messo gli occhi addosso; l'altra è costretta a lasciare la sua sontuosa dimora perché il suo «padre adorato» è inseguito dai creditori come dalla polizia... Nel mezzo ci sono avventure, agnizioni e personaggi picareschi, magia nera e macumbe, capitani di marina coraggiosi e infelici e giovani aristocratici condannati alla solitudine.

Ambientato nella prima metà dell'Ottocento, fra un'Inghilterra che è uscita vittoriosa dalle guerre

napoleoniche e una Francia che ancora non è riuscita a digerire né la Rivoluzione né la Restaurazione, I vendicatori angelici è un sapiente pastiche dove la Blixen si diletta a smontare e rimontare a suo piacimento i topoi del romanzesco al femminile. «Voi persone serie non dovete essere troppo severi verso gli esseri umani su come scelgono di divertirsi quando sono rinchiusi in una prigione e nemmeno è loro concesso di dire che sono prigionieri. Se non avrò presto un po' di divertimento, morirò». Nel 1944, la Danimarca era una gabbia, ma non per questo lei voleva rinunciare a volare dove le pareva...

Se si vuole, I vendicatori angelici è, fin dal titolo, un sapiente gioco di ossimori e di contrasti, e se la ragazza bionda, Lucan Bellender, è impetuosa, quella bruna, Zosine Trebbernor, è infantile e capricciosa, ma è anche vero che la più capricciosa è la più cavalleresca e la più povera, ma impetuosa, quella maggiormente pervasa d'amore. Via via che i colpi di scena si susseguono, il lettore si lascia condurre per mano alla scoperta di che cosa possa essere il male agli occhi di chi non l'ha mai incontrato eppure è in grado di intuirlo da particolari all'apparenza banali, ma che poi si riveleranno decisivi.

Di là dagli elementi gotici, presenti anche qui, ma non predominanti, e da quel romanticismo in stile Orgoglio e pregiudizio già accennato, il vero riferimento per I vendicatori angelici è in realtà Joseph Conrad, le storie che si rispecchiano, i rimandi che si moltiplicano: come osservò a suo tempo Pietro Citati, «la Blixen contempla i suoi personaggi secondo diversi punti di vista, facendoci smarrire dietro la rete foltissima» di una prosa ammaliante, fiabesca e però crudele.

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