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Letteratura

Spie, falsari e attentati. La pace inquieta del franchismo

Andrés Trapiello si ispira alla figura di un esiliato spagnolo, diventato agente segreto negli Usa per raccontare il regime del ‘45

 Vivere e morire (e fare politica) nella Spagna del "caudillo" Franco

All’inizio del 1945 la Spagna di Francisco Franco attendeva, con qualche preoccupazione, che la Seconda guerra mondiale terminasse con la sconfitta di quelli che un tempo erano stati i suoi alleati, la Germania e l’Italia, il nazismo e il fascismo. Vinta la guerra civile, il regime franchista si era intelligentemente tirato fuori dal più grande conflitto che andava preparandosi in Europa. Era stata una neutralità pullulante di agenti segreti e di giochi di sponda fra ambasciate, nonché il terreno di transito, spesso pericoloso, per tutti quelli che, in fuga da un’Europa in fiamme, cercavano di guadagnare il Portogallo, l’Atlantico, un imbarco per le Americhe. Era stata comunque una neutralità armata, perché per quanto la Spagna repubblicana fosse stata rovinosamente sconfitta, man mano che in Europa i venti di guerra avevano smesso di sospingere una Wehrmacht vittoriosa i repubblicani avevano rialzato la testa e ora si illudevano che grazie alla Russia comunista, e per di più schierata al fianco delle democrazie liberali, la partita potesse riaprirsi in patria. Così, ogni tanto veniva registrato un attentato a Madrid, scoperta una cellula comunista a Barcellona, requisita un po’ di stampa clandestina a Salamanca... Il regime reprimeva per lo più in silenzio, perché niente doveva turbare la superficie di una nazione tanto sicura quanto pacificata, però il silenzio poteva anche rivelarsi un’arma a doppio taglio, in quanto non permetteva di capire quanto e se fossero solide le fondamenta del nuovo regime.

C’è ancora un ultimo elemento da considerare in quei primi mesi del ’45. Per quanto l’Inghilterra continui a credersi una grande potenza e la Francia gollista la segua a ruota in questa professione di fede, sono entrambe consapevoli che ormai in Europa c’è un nuovo dominus, gli Stati Uniti e non è sempre facile capirne gli interessi. L’unica cosa chiara è che la presidenza Roosevelt ha sempre guardato con simpatia a Stalin, lo «zio Joe» della propaganda bellica, considera gli imperi coloniali un retaggio, negativo, da abolire, crede nella democrazia da esportazione e/o da innesto e, nel caso spagnolo, non ha ancora deciso quanto e come il franchismo sia una dittatura da consolidare, da isolare o, più drasticamente, da abbattere.

È questo il quadro d’insieme raccontato da Andrés Trapiello in Mi chiedono di tornare (Guanda, traduzione di Roberta Bovaia, pagg. 332, euro 20), un romanzo che si rifà a una storia vera, quella di Benjamin Smith, al secolo Benjamín Cortés, agente dell’Oss, i servizi segreti americani. Fuoriuscito dalla Spagna nel 1934, quando c’è un primo, fallito, tentativo rivoluzionario anarco-comunista, in pratica l’equivalente di quello che sarà l’alzamiento nazionalista, riuscito, del 1936, Smith-Cortés ha trovato negli Stati Uniti la sua seconda patria. È divenuto un falsario abilissimo, capace di riprodurre alla perfezione documenti storici, ed è per questo che i servizi segreti americani lo rispediscono in Spagna. Il suo compito è screditare la figura di un ufficiale franchista, Alfonso López Peñaflor, la cui influenza sul Generalissimo è ritenuta contraria agli interessi Usa: è un fanatico, considera gli americani dei cretini, è nemico di ogni liberalizzazione economica. Il suo tallone d’Achille è la vanità connessa all’arte: si ritiene un esperto, si arricchisce trafficando in dipinti e in opere d’arte. Incastrarlo è meglio che eliminarlo fisicamente e Smith-Cortés dovrà fabbricare per lui «un’offerta» che non potrà rifiutare e che lo perderà.

Trapiello è uno scrittore molto noto in Spagna, e si devono a lui almeno un paio di libri fondamentali. Il primo è Las armas y las letras, che al suo apparire, più di un quarto di secolo fa, riscrisse praticamente il complicato rapporto fra cultura e politica durante la guerra civile. Il secondo, Madrid, è una sorta di biografia critica della capitale spagnola, un’immersione nei suoi quartieri e nel suo passato fatta con la competenza dello storico e la felicità stilistica di un narratore di prim’ordine. È questa ricchezza saggistica unita alla vivacità della scrittura che fa di Mi chiedono di tornare un libro interessante oltre la vicenda in sé, un’operazione spionistica un po’ balzana, di quelle care alle teste d’uovo dell’intelligence in generale e di quella americana in particolare. Trapiello naturalmente la arricchisce di particolari, di dialoghi, di personaggi e di incontri, veri, verosimili, inventati, ma il fascino del romanzo sta nella presentazione di una Spagna, meglio, di una Madrid, del tutto esente dai cliché della propaganda antifranchista accumulatisi negli anni.

Ciò che emerge da Mi chiedono di tornare è un regime che, a ormai un lustro dalla fine della guerra, ha una sua solidità, paradossalmente rafforzata proprio dagli attentati, sporadici, ma sanguinosi, di cui la resistenza comunista guidata dall’estero continua a rendersi responsabile, attentati millantati come l’avanguardia di una sollevazione popolare che solo il cinismo di Mosca può spacciare come possibile. Nella realtà, c’è una nazione che è sì uscita martoriata dall’esperienza della guerra civile, ma di tutto ha voglia tranne che di ripeterla. La vita ha ripreso insomma il suo corso, i cinema sono pieni di spettatori, e le tertulie nei bar non parlano di politica ma la danno come sottinteso di ogni conversazione: sull’arte, sull’amore, sulle corride, sulla morte... La polizia segreta vigila, certo, ma la città resta viva e audace, passionale e indifferente, vogliosa, costi quel che costi, di andare avanti.

Come detto all’inizio, il regime cerca intanto di posizionarsi nella nuova Europa che si prepara e per fare questo utilizza proprio uno di quegli attentati, detto dei «Los cuatro caminos», gli stessi luoghi di quella rivolta del 1934 che provocò la fuga e l’esilio di Smith-Cortés, per lanciare un avvertimento. Lo fa rendendolo questa volta pubblico, permettendo alla stampa di parlarne, organizzando manifestazioni per condannarlo, la più clamorosa delle quali porterà in piazza 300mila persone... È il suo modo di dire che il franchismo è forte, che se qualcuno pensa di sovvertirlo in quel modo sta facendo male i suoi conti. Gli Stati Uniti lo capiranno benissimo, con o senza Peñaflor fra i piedi a intralciarne gli affari...

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