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Lo studio: nel Medioevo islamico l’amore era una malattia mentale

Secondo i medici medievali l’amore era una patologia da curare, per Nietzsche un’illusione che distorce la realtà. E in alcune società, continua ad essere soprattutto una questione di controllo

Lo studio: nel Medioevo islamico l’amore era una malattia mentale
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“L’amore è quello stato in cui l’uomo vede le cose come non sono”, scriveva Nietzsche. Che uno dice: ok, e allora? D’altra parte l’amore ha sempre mosso il mondo umano (e non solo) e perfino generato guerre. Ma per Nietzsche era un fastidio, un bug, perché puntava alla sua teoria di punta, quella dell’Übermensch, del Superuomo capace di superare i condizionamenti e creare i propri valori. Nel Medioevo era considerato una malattia.

Non una malattia in senso metaforico: una malattia vera e propria. Nahyan Fancy, storico della medicina islamica all’Università di Exeter, racconta, sulla base delle sue ricerche, che la chiamavano ʿishq, una condizione distinta dalla malinconia. Nel Medioevo islamico (intorno al X secolo) alcuni medici tendevano a considerare il “mal d’amore” una patologia soprattutto dei dissoluti e degli ignoranti (c’era una sorta di giudizio morale incorporato nella diagnosi, se sei ignorante vai curato). Nei secoli successivi la teoria cambia: anche persone nobili, caste, perfino profeti e santi potevano esserne colpite (ma va?). In pratica, l’amore passa da vizio dei deboli a forza capace di travolgere chiunque (non la Forza di Star Wars però siamo lì).

Il lato medico? Severissimo e involontariamente comico: Avicenna, nell’XI secolo, descrive una donna il cui stato amoroso produce debolezza e malattia fisica; qui l’idea è già chiaramente psicosomatica. Nel XIII secolo Ibn al-Nafīs propone invece una spiegazione fisiologica basata sull’accumulo dei fluidi seminali, perciò i più esposti sarebbero i giovani e i non sposati (Franco Battiato aveva una teoria simile, fondata non so su quale altra religione). E la terapia poteva includere… il rapporto sessuale lecito.

Mica è finita qui. Tra il XIII e il XVI secolo il ʿishq non è più soltanto ossessione erotica: diventa anche il modello dell’amore mistico sufi, quello in cui l’amato è Dio (ma va là). Il medico ottomano Ibn al-Mubārak distingue infatti l’amore ordinario, curabile anche sessualmente, dall’amore dei santi, che nasce dalla castità del soggetto o dalla perfezione dell’amato divino e non comporta desiderio carnale.

Fa riflettere che mille anni fa ci si interrogasse già sull’amore come forma di follia. Del resto, nemmeno l’Occidente ha brillato per modernità (Orlando diventò furioso per questo): senza andare troppo indietro, fino a una manciata di decenni fa le donne non votavano, il marito godeva di privilegi giuridici impensabili oggi e l’adulterio femminile era trattato diversamente da quello maschile.Tuttavia l’Occidente, attraverso un percorso relativamente lungo dall’Illuminismo alla rivoluzione scientifica e alla libertà individuale (poco più di un secolo), ha cominciato a separare l’amore dal possesso (e dai dettami religiosi).

Purtroppo in molte società islamiche quella separazione è ancora incompleta, tra veli imposti, poliginia prevista dalla legge in alcuni ordinamenti, restrizioni allucinanti e una diversa condizione giuridica della donna: l’idea che l’amore implichi due individui liberi resta spesso un traguardo, non un punto di partenza, e in alcuni paesi, se ci provi, a emanciparti (concetto tutto nostro), rischi perfino la lapidazione (non parliamo poi se sei omosessuale). Non ho mai visto una femmista di quelle estreme (di adesso, non quelle del primo femminismo) preoccuparsene, perché in fondo sono antimoderne e antioccidentali e antimaschi solo se sono maschi bianchi. Anzi, se vedono una donna islamica con il velo se lo mettono pure loro, per rispetto (ah, il multiculturalismo!). Noi invece cosa dovremmo fare per cambiare le cose? Intervenire in nome della Dichiarazione universale dei diritti umani? Ci abbiamo provato diverse volte, con risultati nulli: basta vedere quello che è successo in Afghanistan appena gli americani se ne sono andati, i talebani hanno rimesso in riga tutte le donne.

Il bello è che tutto questo non avrebbe toccato il Superuomo di Nietzsche: per lui l’amore era un elemento di trasfigurazione, un modo di vedere le cose come non sono.

Non per Nietzsche personalmente, però mi viene il sospetto che la teoria del Superuomo nasca proprio quando prese un due di picche (anzi diversi) da Lou Andreas-Salomé. E da Nietzsche penso a Raymond Carver e al suo “Di cosa parliamo quando parliamo d’amore”. In generale di un gran casino.

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