Come cambia un Paese? Come si fa ad accorgersi dell’inesorabile ticchettio delle ruote della Storia che portano avanti (o indietro) le rivoluzioni? A volte lo sguardo migliore è quello di un bambino. Registra tutto, anche se magari al momento non capisce. Poi nel tempo però, guardando indietro si vede tutto, istantanee del mondo che cambia registrate ad istinto.
È questo che il lettore troverà in Contando i chador (Neri Pozza, pagg. 182, euro 20) di Paola Dezza.
Tutto inizia con una bambina italiana che negli anni Settanta segue il padre, trasferitosi per lavoro a Teheran, sta con il naso schiacciato sul vetro del taxi che attraversa la città. La bambina conta, ogni volta che vede passare una mussulmana osservante con il velo lungo sino ai piedi sale di un’unità, arrivando rapidissimamente verso il centinaio. Eppure l’Iran, che stava marciando a grandi passi verso la rivoluzione khomeinista del 1979, era ancora una nazione composita, sospesa, come un funambolo, sul cavo del progresso. «I chador neri si confondevano nella folla con le minigonne colorate delle studentesse universitarie sedute sulle panchine prima delle lezioni o in cammino verso le aule». Per qualche anno nei grandi viali con sullo sfondo i monti Alborz, la rabbia delle campagne dove si diffonde il radicalismo islamico e la repressione dello Scià Reza Pahlavi capace di modernità ma non di giustizia sociale, si bilanciano in una tensione silenziosa in cui: «Ragazze e ragazzi stavano in gruppo per le strade e passeggiavano insieme... Sembrava di essere in una qualsiasi città occidentale, Milano, Parigi, Londra, anche se nei gruppi di amiche spuntava un hijab, il velo corto, spesso un semplice foulard annodato sotto il mento, nero, blu, ma anche bianco come il latte».
Poi piano piano sempre raccontando le cose con lo sguardo ad altezza bambina si vedono esplodere tutte le contraddizioni di una società: iniziano le manifestazioni, gli slogan contro lo Scià e i suoi alleati statunitensi. Il coprifuoco e la violenza iniziano ad entrare nella vita di tutti giorni, la puzza di benzina bruciata e di sangue a farsi strada tra i profumi dei bazar e dei mercati. E così alla fine da Teheran bisogna scappare.
Il memoir di Paola Dezza, giornalista economica del Sole 24 Ore, con una prosa attenta a rendere emozioni e situazioni racconta la frana di una nazione passando da cose piccolissime, microstorie che messe assieme valgono più di un saggio. Giusto per dire, la vicenda è punteggiata tutta da quello che rende eterna qualunque memoria, gli odori, i profumi, i rumori: il sapore stucchevole del gelato alle rose, il rumore del Concorde con sopra lo Scià che decolla, i tappeti polverosi, il fumo delle banche che bruciano. E poi quella parola che si sente dire dagli adulti, quella che incarna tutto l’orrore della situazione che precipita: vetriolo. «Papà era scosso. Posata la valigetta di pelle a destra della porta di entrata, si era accasciato sul divano. Un gruppetto di invasati aveva aggredito una donna lanciandole del vetriolo, raccontò alla mamma. La donna camminava per strada senza velo, metà del volto si sciolse come neve al sole». Dopo c’è solo la fuga dall’aeroporto dove ormai vola soltanto l’Iran Air, le lunghe code per gli aeroplani con le ricche signore che hanno una pelliccia addosso e un’altra in braccio, «qualcuno uscito in fretta, con ancora il pigiama sotto il cappotto».
Così è cambiata di colpo una nazione con una storia millenaria e che adesso vive sotto una teocrazia ed invischiata in una guerra a rate che nessuno sa quando potrà finire, mentre il mondo guarda con il fiato economico sospeso. Un occhio ai morti e uno al prezzo della benzina. Ecco Paola Dezza porta alla scaturigine di questo disastro, con dolcezza e rimpianto. Senza geopolitica ma con tutto il cuore che serve a far capire davvero cosa è successo. Parola di bambina che conta i chador.
