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Il liberale Giovanni Amendola. Una storia esemplare di come fallì l'antifascismo

Mussolini cercò di portarlo dalla sua parte attraverso Soffici. Si oppose per intransigenza morale e perse

Il liberale Giovanni Amendola. Una storia esemplare di come fallì l'antifascismo

Alcuni mesi dopo la Marcia su Roma dell'ottobre 1922, Ardengo Soffici andò a trovare nella capitale Benito Mussolini, presidente del Consiglio nonché duce del fascismo, ma non ancora dittatore dell'Italia. Soffici era naturaliter fascista e il suo romanzo Lemmonio Boreo, uscito un decennio prima, una sorta di Don Chisciotte squadrista, bastonatore della mala politica e raddrizzatore di torti, poteva considerarsi per molti versi l'Iliade del fascismo.

I due erano coetanei, si conoscevano fin dai tempi delle riviste fiorentine del primo Novecento, La Voce in particolare, erano stati entrambi interventisti, e per questo l'allora socialista Mussolini era stato espulso dal partito, ed entrambi erano andati in guerra

In quell'inizio degli anni Venti Soffici faceva un po' da punto di riferimento e da trait-d-'union fra gli intellettuali e gli artisti che prima della guerra erano stati avversari insofferenti della cosiddetta Italietta giolittiana, e quelli che, a guerra finita, faticavano a rientrare nei ranghi di un sistema democratico-parlamentare considerato insufficiente rispetto alle mutate condizioni del Paese: lotte sociali, reducismo rancoroso, la cosiddetta vittoria mutilata, scioperi e occupazioni delle fabbriche, militarizzazione delle forze politiche. Era stato un modernizzatore nella pittura e nella poesia, il primo a far conoscere in Italia Rimbaud, era approdato a una sorta di "ritorno all'ordine" nel segno di un classicismo atemporale e insomma gli veniva riconosciuto un ruolo di capofila e una dignità d'artista.

Nel corso di quell'incontro, Mussolini lasciò cadere, più o meno con malagrazia, le proposte di collaborazione dello scrittore toscano: in sostanza, Soffici e quelli come lui in politica non contavano nulla e quindi, che fossero o meno dalla sua parte, era ininfluente. L'unico che poteva interessarlo, gli fece sapere nel congedarlo, era Giovanni Amendola, allora deputato liberale nonché avversario parlamentare del fascismo stesso: "Diglielo. È uno stupido a stare con quella sua gente. Dalla parte nostra ci sarebbe tanto da fare per lui".

Che Mussolini non volesse come oppositore Amendola, poteva rientrare nel gioco della politica, così come non ci sarebbe troppo da stupirsi nel vedere convergenze politiche lì dove fino al giorno prima si era verificato l'esatto contrario. Più interessante è però cercare di capire perché, di là dal puro e semplice opportunismo, più che comprensibile in Mussolini, quest'ultimo potesse ritenere che una simile offerta di collaborazione potesse interessare una figura come Amendola, di cui era ben nota l'intransigenza morale. Allo stesso modo è interessante chiedersi perché Soffici potesse venire considerato da Mussolini un messaggero di pace di una qualche credibilità, pur nel suo essere di parte. Soffici stava con il fascismo e quindi perché l'antifascista Amendola avrebbe dovuto starlo a sentire, visto che, oltretutto, politicamente parlando, non aveva comunque alcun peso?

Per rispondere a questa domanda è necessario concludere la nostra storia. Soffici andò dunque da Amendola perché, come per Mussolini, lo conosceva da prima della guerra e in maniera ancora più profonda: anche qui, erano coetanei, erano entrambi stati vociani, facevano entrambi parte di quell'humus irrazionalista e antipositivista d'inizio secolo, potevano entrambi definirsi nazionalisti, antidemocratici e interventisti Si muovevano insomma su un terreno ideale comune, avevano fatto le stesse letture, erano entrambi estranei e avversari di quel mondo genericamente marxista e/o socialista figliato dalla Rivoluzione dell'89 In breve, il conservatorismo di Amendola aveva più punti in comune con il fascismo di Soffici di quanti non ne avesse con il liberalismo di Giolitti, con il riformismo di Turati o il comunismo di Gramsci

Amendola ascoltò ciò che Mussolini, per tramite di Soffici gli mandava a dire, e replicò che in linea di massima ci potesse essere un margine per discuterne. Però, disse, voleva che "ci fossero delle elezioni". Soddisfatto, Soffici riferì il messaggio: "Gliene faremo quante vorrà di elezioni" si sentì rispondere. Al loro posto però, qualche tempo dopo, ci fu la prima aggressione squadrista ad Amendola, poi il delitto Matteotti, poi l'Aventino e, dopo ancora, la seconda e mortale aggressione

Torniamo a quella domanda, sulla base anche del ben documentato saggio di Antonio Carioti, significativamente intitolato L'uomo che sfidò Mussolini. Giovanni Amendola antifascista liberale (Laterza, 265 pagine, 22 euro). Per completare la risposta bisogna partire da almeno due frasi amendoliane. La prima, del 1910, la più conosciuta, nella sua icasticità recita così: "L'Italia, come oggi è, non ci piace" e riassume il giudizio amendoliano sull'anteguerra giolittiano e liberale. La seconda, di un anno dopo, più complessa, è un'esaltazione della guerra: "Gli uomini preferiscono i mali della lotta e il rischio e il dolore, ed anche la morte a quello stato di pace in cui tutta la vita fosse ordinata da motivi economici e regolata saggiamente in base al tornaconto() e di questo c'è da rallegrarsi".

In sostanza, dietro il liberalismo di Amendola c'era molto volontarismo, molto individualismo, una forte componente nazionale, se non nazionalista, un fastidio per gli interessi di classe, che nella prassi parlamentare si trasduceva nel rifiuto della proporzionale a favore dei collegi, una concezione statalista, ovvero di uno Stato autorevole che non abdicava al suo monopolio della forza. Era democratico Amendola, ma in virtù del concetto di Stato nazionale, non in nome degli "immortali principi" o per sindrome umanitaria o internazionalista. Lo Stato gli appariva la sola creazione veramente rivoluzionaria in un millennio di storia del popolo italiano ed era il garante del suo avvenire e la democrazia aveva appunto un carattere nazionale, ovvero un integrarsi in essa del popolo italiano, ovvero un qualcosa che era stato assente per tutta l'Italia postrisorgimentale.

La formazione filosofica di Amendola, messa opportunamente in evidenza dal saggio di Carioti, spiega anche molto della sua azione politica. C'era in lui una sorta di primato della volontà come capacità di dominarsi, di non cedere, testimonianza di fede, che è alla base di ciò che verrà poi chiamato l'Aventino, una specie di opposizione morale e non parlamentare su cui non ci soffermeremo per mancanza di spazio e che però venne criticata all'interno dello stesso fronte antifascista e da antifascisti altrettanto intransigenti quali Piero Gobetti, che del resto gli imputava "un istinto assolutamente conservatore"

Il moralismo amendoliano fu una caratteristica di molti intellettuali suoi contemporanei, dal già citato Gobetti a Prezzolini, SalveminiEra un continuo fustigare le arretratezze e le miserie degli italiani quanto a carattere che da un lato faceva dei fustigatori degli antitaliani e dall'altro creava un idealtipo nazionale del fustigato, una testa di turco colpevole di ogni nefandezza. Ciò rendeva però la loro azione politicamente sterile perché finiva con il non avere un referente su cui poggiare.

Da legalitario, Amendola puntò tutto sulla legalità, cioè lo Stato, ovvero Vittorio Emanuele III. Che però gli preferì la piazza, ovvero Mussolini, il quale, in quel momento, si stava impegnando con successo a fare l'arcitaliano.

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