Dove abita oggi il libro italiano? Nei teatri milanesi, nelle piazze, nei festival o perfino dentro quello schermo che una parte dell'intellighenzia continua a considerare soltanto il simbolo della distrazione contemporanea? La domanda non è oziosa. Racconta la nuova geografia culturale del Paese, non più un centro che irradia e una periferia che riceve, non più il Nord come custode esclusivo del canone e il Sud come scenario pittoresco da animare d'estate, ma una rete di luoghi in cui la cultura prova a riconquistare il pubblico.
Il punto lo indica con chiarezza Elisabetta Sgarbi, direttrice della Milanesiana: "Il libro è un sistema complesso, molto articolato e ramificato. È la prima industria culturale del Paese, cosa di cui i politici tengono poco conto, ma su cui varrebbe la pena riflettere". Una filiera, dunque, un'industria. Da una parte il lavoro editoriale, dall'altra l'affanno, sempre più decisivo, di raggiungere i lettori. "Il primo azionista degli editori sono i librai - osserva Sgarbi - perché il destino di un libro non si compie nell'astrazione del catalogo, ma dentro le librerie. E poi ci sono i festival. Non più cornici estive o liturgie mondane per presentazioni d'autore, ma strutture portanti del settore. Coprono tutta la penisola, da Trento alla Sicilia, con afflussi di persone spesso sorprendenti", dice ancora. "Muovono economie locali, attivano finanziamenti pubblici e privati, intrecciano città, editori, autori, librai, pubblico. Il libro torna così a essere non soltanto merce culturale, ma esperienza condivisa, occasione di incontro, rito civile". Milano resta per tutti Milano. Lo dimostra la Milanesiana, che Sgarbi ha costruito come una costellazione più che come un festival, tra letteratura, musica, cinema, scienza, arte, filosofia, teatro, diritto, economia, sport. Un'idea del sapere come attraversamento, non come recinto. Un caso quasi unico, oltre due mesi di programmazione, una coda autunnale, venti città, da Crotone a Livigno. La cultura, qui, non viene imbalsamata in una sala per pochi, ma rimessa in movimento, costretta a cambiare passo, lingua, paesaggio.
La stessa intuizione, con altra temperatura e altra luce, si ritrova nelle piazze del Sud, dove i libri smettono di essere oggetti da salotto e tornano corpi vivi, presenza pubblica, rito collettivo. Da Polignano a Vieste, la venticinquesima edizione del Libro Possibile non racconta soltanto un festival pugliese, parla di una trasformazione italiana. Non l'eterna contrapposizione tra centro e margine, ma la possibilità che la cultura torni a essere comunità e il libro ritrovi la sua natura originaria. L'ideatrice e direttrice artistica, Rosella Santoro, lo rivendica senza cedimenti al nuovismo e senza nostalgia: "la cultura non si difende chiudendo porte, ma moltiplicando ingressi. Portare sul palco fenomeni nati fuori dai circuiti tradizionali serve ad avvicinare i giovani ai luoghi dove si parla di libri e, da lì, ai libri stessi. Il libro non è reliquia da proteggere dal popolo, ma strumento di approfondimento dopo che una scintilla ha acceso la riflessione". Anche la presenza di Hazel Riley al festival pugliese va letta in questa chiave, senza snobismi. Non perché una scrittrice nata nella scrittura online debba essere trasformata in un vessillo generazionale, né perché BookTok possa diventare la nuova Accademia di Atene. Ma perché quel fenomeno dice qualcosa che la cultura ufficiale fatica spesso ad ammettere, "i ragazzi non hanno smesso di cercare storie, le cercano, semplicemente, attraverso porte diverse" conclude Santoro.
È forse questa la notizia che una parte dell'intellighenzia non vuole ascoltare, non è morto il desiderio di
cultura, si è incrinato il monopolio di chi pretendeva di amministrarlo. Da Nord a Sud, dai teatri alle piazze e agli schermi, il libro continua a trovare lettori ogni volta che smette di presentarsi come una prova d'ammissione.