Cultura e Spettacoli

Un libro su Canova per rilanciare l'arte italiana

Parla Marilena Ferrari, la presidente di FMR che ha ideato il volume da 24 kg regalato ai grandi del G8: un'opera da 150mila euro, non a spese dei contribuenti. lo scopo? "Racchiude il meglio delle capacità dei nostri maestri artigiani"

Un libro su Canova per rilanciare l'arte italiana

Antonio Canova. L’invenzione della bellezza: così si intitola il libro che durante il G8 dell’Aquila è stato donato ai paesi ospiti. Più che un libro, un’opera d’arte che riassume le capacità del made in Italy per quanto riguarda l’artigianato «alto», quello che sfiora l’arte.
Testi unici prodotti a mano, il cui valore si aggira attorno ai 150mila euro, che hanno subito prodotto ironie e polemiche, provenienti soprattutto da sinistra. Ironie sul peso dei volumi (24 chili), polemiche sull’opportunità di donare oggetti così preziosi in un G8 sulla «crisi». Sulla questione abbiamo deciso di intervistare Marilena Ferrari, la presidentessa della Fondazione Marilena Ferrari-FMR, che quei volumi sul Canova (nella foto qui a sinistra) ha così fortemente voluto.

Dottoressa Ferrari, perché un libro sul Canova al G8?
«Parta dal concetto che il Canova è stato il primo vero ambasciatore del made in Italy nel mondo. Fece la statua di Washington, lavorò per Napoleone... Insomma, Canova è un pretesto per creare un oggetto d’arte che racchiuda il meglio della capacità artigiana italiana. Abbiamo fatto un’opera d’arte che ha come scopo compendiare il meglio che il nostro Paese è in grado di creare».

E se le dico che è una cosa pesante? Pesante almeno 24 chili?
«Ma via... Il presidente Obama ha scherzato sul peso ma ha anche detto che era un oggetto meraviglioso. È evidente che non è un libro, ma un’opera d’arte in forma di libro. Produrlo ci ha dato la possibilità di unire le competenze di 24 maestri artigiani, di far rivivere tecniche preziosissime che rischiano di andar perdute... Dietro ad oggetti del genere c’è la volontà di trasmettere una filosofia, di far sopravvivere delle eccellenze».

In che senso?
«Io, anche se in questo Paese a molti intellettuali non piace, ho sempre cercato di promuovere la concretezza del fare, di ritornare a quella creatività che avvicina l’arte all’artigianato e che era così tipica del Rinascimento. Il libro sul Canova riproduce nella modernità questo spirito. Altro che pesante, è pesante un certo tipo d’arte con la puzza sotto il naso. Quando abbiamo usato il marmo per la copertina, pensa che non sapessimo che è pesante? Ma il contrasto tra marmo, pelle e carta fatta a mano si trasforma in un’esperienza tattile che è di per se stessa un’esperienza artistica...».

Faccio l’avvocato del diavolo: «Un esperienza artistica costosa. Centocinquantamila euro...».
«Ecco un altro bel fraintendimento. Il libro ai contribuenti non è costato niente. 150mila euro è il valore del volume sul mercato. La FMR e gli artigiani che ci hanno lavorato lo hanno fatto gratis. È stato uno sforzo collettivo nato dalla Fondazione per far conoscere il made in Italy di alta qualità. Quel made in Italy che non può essere delocalizzato, quello di altissimo livello...».

Quindi a voi è bastato il ritorno d’immagine?
«Cosa vuole che le dica? Io gestisco un’impresa di arte e cultura. Per certa gente, quando accosto arte ed impresa, è già peccato. Io porto avanti un discorso che crea posti di lavoro e anche questo già non piace».

Ecco l’indotto. Opere di questo tipo possono davvero rivitalizzare l’artigianato?
«Il libro sul Canova è solo uno dei progetti che vengono portati avanti da FMR. Noi lavoriamo su quelli che definiamo “bookbeautiful” o “bookwonderful”. Ci sono circa duecento artigiani che lavorano stabilmente con noi e sono artigiani diversissimi. Si va dalla legatoria all’ebanisteria, passando per il micromosaico. Le dico questo: quando abbiamo iniziato, la carta fatta a mano dovevamo procurarcela in Francia, ora a Fabriano hanno ricominciato a produrla. I tessuti li produciamo avendo rimesso in funzione dei telai del Settecento. Per me l’arte è questo, non mi piacciono le arti che bamboleggiano nei teatrini mondani. Arte è fare... E ai nostri 59mila clienti piace così».

Di nuovo arte e impresa... Ma si riesce a tenerle assieme?
«Io mi definisco un produttore artistico nella stessa accezione che si usa per i produttori cinematografici. È il mio modo di movimentare il mondo. Anche nel cinema italiano c’è gente che pensa che un film è bello solo se non fa botteghino... Io no, anzi il funzionamento della parte imprenditoriale mi consente di fare formazione e ricerca. Un esempio: abbiamo lavorato a lungo a un progetto su arte e catechesi... Un modo di recuperare il concetto di arte sacra. Intendiamoci, non è che l’arte abbia solo un profilo sacro, anzi, ma toglierle quel profilo, dimenticarlo, è sbagliato...».

Lei e altre realtà come quella della Tipografia Tallone, che stampa ancora i libri a caratteri mobili, potreste attirarvi l’accusa di essere una specie di retroguardia, lussuosa e inutile...
«Io sono convinta che esista una bellezza necessaria. Il libro, con l’industrializzazione, è diventato solo un veicolo di idee. Veicolare le idee va benissimo, ma esiste anche una bellezza dell’oggetto. Io vado alla ricerca della bellezza usando il libro come oggetto artistico totale. Tallone lo fa recuperando la tradizione della stampa, sono cose diverse ma valide... Quello che conta, secondo me, è un concetto moderno e per niente di retroguardia, cioè: l’artigianato non può essere separato dall’arte. Bisogna recuperare l’interesse al fare, l’intelligenza corporea, l’intelligenza che passa dalle mani. In questo Paese chi fa con le mani, mi scusi l’espressione, finisce per essere considerato meno di chi scrive. Questo è pesante, non il Canova. L’arte deve essere gioia, non noia...».

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