Il magazine di Farefuturo è un flop Mancano le risorse: chiusi i battenti

Troppe critiche e poca cultura. In due anni non è riuscito ad accattivare il pubblico e ad
attirare investitori. Ora sono costretti a
chiudere

Roma - Tante, troppe critiche ma poca cultura. Il magazine di Farefuturo è un vero flop. In due anni non è riuscito ad accattivare il pubblico e ad attirare investitori. Insomma, sono riusciti a riempire le pagine di veleni ma non di riempire le casse. Morale? Ora sono costretti a chiudere i battenti. In realtà, c'è chi in Fli legge questa decisione di FareFuturo come la conferma che tra Fini e Urso il rapporto è cambiato radicalmente, malgrado la ricucitura rappresentata dal recente via libera dell’ex vice ministro all’Economia al nuovo capogruppo alla Camera Benedetto Della Vedova.

L'editoriale d'addio "Cari amici del web, da oggi Farefuturo Web Magazine cessa le sue pubblicazioni", scrive sul sito la società editrice che ha dovuto prendere atto della assoluta impossibilità a continuare l’attività giornalistica per l’insufficienza delle risorse a sua disposizione. "Quando cominciammo, nel gennaio 2009 - prosegue il comunicato - ci eravamo proposti l’obiettivo dell’autonomia finanziaria entro un anno. Purtroppo, così non è avvenuto. Gli introiti pubblicitari si sono progressivamente ridotti, rendendo oltremodo problematica la copertura dei costi redazionali e di gestione del sito". Da qui la decisione ("difficile e dolorosa") di sospendere l’attività.

La qualità del dibattito Non c'è alcun mea culpa nella comunicazione. Per la società editrice, infatti, "questi due anni di continuo dialogo con i lettori, soprattutto giovani, hanno rappresentato un’esperienza entusiasmante, che ha segnato una fase della vita della nostra Fondazione e che ha profondamente inciso sul dibattito pubblico". Dopo aver ringraziato la redazione, i giovani collaboratori e i lettori, l'editore fa quindi sapere che "Farefuturo prosegue la sua attività con gli strumenti classici di una fondazione di cultura politica". Il risultato di questa operazione editoriale dimostra però che una cultura fatta di durissimi attacchi al governo e al premier non premia. Tuttavia, essendo stata la punta di lancia di tutte le campagne più "eterodosse" dell’anima finiana del Pdl, tra cui quella dirompente contro il "velinismo" ai tempi delle candidature per le elezioni europee, l’accostamento con le difficoltà vissute dal Secolo d’Italia viene spontaneo. Nel caso del quotidiano di via della Scrofa, però, c’è un nuovo cda che ha messo in minoranza l’ex amministratore unico Enzo Raisi. Per questo, c’è chi legge questa decisione come la conferma che tra Fini e Urso il rapporto è cambiato radicalmente. E comunque, la frattura di cui sembra fare le spese il periodico on line giunge a pochi giorni dall’annunciata adesione del suo direttore Filippo Rossi alla manifestazione del 12 marzo in difesa della Costituzione, rispetto alla quale la Fondazione non aveva mancato di prendere le distanze. Forse a qualcuno non è piaciuto o è stata la classica goccia che ha fatto traboccare il vaso. E dire che il 12 gennaio del 2009, alla conferenza stampa di presentazione in via del Seminario, era stato assicurato: "Questa sarà una testata libera, per cui non vigerà il detto non disturbate il manovratore...". E' innegabile che lo spirito della testata sia stato proprio quello. Ma ora la linea, è la voce che circola nella Fondazione, è semplicemente quella di "ripartire per bene le risorse disponibili, privilegiando il core business. Siamo un think tank, elaboriamo idee e progetti a medio termine. I giornali, on line o meno, sono un’altra cosa".

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