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Magistratura

Caso Scarpinato, così l'Antimafia può farlo astenere

La presidente Colosimo non può espellere il 5s accusato di depistare, ma deve denunciare. E indagare

Se la Consulta smaschera il flop di Scarpinato

Fioccano le reazioni a una notizia che molti non hanno dato (tra questi il Corriere e La Stampa, Repubblica aveva una breve a pagina 28) e intanto Roberto Scarpinato continua a sedere sullo scranno di chi fa domande senza aver inteso le risposte: quelle che, su di lui, ha dato la magistratura. Il giudice Santi Bologna, da Caltanissetta, gli ha appena attribuito un’«attività depistante» e un inquinamento della ricostruzione dei fatti «in senso a sé favorevole», e ora la presidente dell’Antimafia, Chiara Colosimo, dovrà affrontare il problema nella Commissione che presiede: e potrà dosare tempi e iniziative, ma politicamente non potrà più passarci sopra, forse neanche formalmente.

Il problema lo si capisce senza avere un diploma e persino se si è parlamentari grillini: il senatore Scarpinato partecipa agli accertamenti su decisioni che contribuì a prendere 34 anni fa e, ora, un giudice gli attribuisce l’inquinamento delle audizioni raccolte dalla Commissione di cui fa parte e che da tempo sta indagando anche su di lui. Come se un imputato sedesse tra i banchi della giuria. L’Antimafia a questo punto ha il dovere istituzionale di verificare che cosa sia accaduto ai propri lavori, e, per farlo, non ha neppure bisogno di attendere altri accertamenti giudiziari, e tantomeno che Scarpinato se ne dichiari soddisfatto.

Che cosa può fare Chiara Colosimo? Diverse cose: può convocare l’Ufficio di presidenza e richiamarsi all’articolo 7 cui sono affidate le questioni riguardanti i componenti della Commissione; può, dopo aver acquisito la sentenza di Caltanissetta, esaminarla, chiedere chiarimenti, promuovere una verifica delle audizioni forse inquinate e depistate. Chiara Colosimo può chiedere a Scarpinato di astenersi dalle attività che lo riguardano, e investirne il presidente del Senato: un rifiuto di Scarpinato resterebbe agli atti, assieme alla responsabilità politica di chi lo sostenesse: ma sono aspetti di dignità personale che non sembrano stare a cuore né a Scarpinato né al suo Movimento.

Fin qui le scelte, poi ci sono gli obblighi. Se nell’esercizio delle sue funzioni Scarpinato avesse potenzialmente compiuto un reato perseguibile d’ufficio, l’articolo 331 del Codice imporrebbe al pubblico ufficiale (Chiara Colosimo) di farne denuncia «senza ritardo». Lo prevede anche il regolamento dell’Antimafia stessa, non è un’ipotesi discrezionale. Questo non significa che basti la parola «depistante» per far scattare denunce: le conosce mezza Italia, e da anni, le conversazioni intercettate in cui Scarpinato dice a un teste che cosa deve dire, ma il reato di depistaggio ha requisiti specifici. Il giudice Santi Bologna non ha pronunciato una condanna penale per Scarpinato, ma un’istituzione parlamentare non ne ha bisogno per discutere il comportamento di chi ne fa parte: la Costituzione assegna a una Commissione d’inchiesta poteri d’indagine, sarebbe curioso se non fossero usati per esaminare ciò che succede al proprio interno.

Insomma: la presidente non può espellere Scarpinato, e neppure vietargli l’accesso ai documenti al di fuori di casi previsti, ma può una volta per tutte chiedergli di farsi da parte se non altro per decenza. La maggioranza di governo, va ricordato, aveva presentato una legge apposta, primo firmatario Antonio Iannone: chi si trovi in palese conflitto d’interessi dovrebbe astenersi dai lavori e dalla consultazione degli atti. Però la proposta è ferma al Senato, non bocciata, ma parcheggiata in doppia fila. Il problema che doveva affrontare, intanto, è lì, la dignità l’ha persa, la poltrona non ancora.