Non sembra un normale rigetto di una richiesta di arresto preventiva, e può notarlo anche chi pensava che un Youssef Siher a piede libero non costituisse questo grande pericolo sociale. A saltare all’occhio per 37 pagine (tante) non è una confutazione giuridica dei presupposti atti a ingabbiare qualcuno, perché non c’è, o quasi; al suo posto c’è una legittimazione civile e politica a margine di un’ordinanza mediatica. Non si fanno i processi in televisione, ma ecco, questa ordinanza sembra fatta apposta per finirci, perché traduce alcune condotte in significati civili e politici. Tecnicamente sembra una sentenza di non luogo a procedere che, però, rischia di essere letta (dalle piazze) come un invito a procedere; sembra una sentenza di assoluzione e, indirettamente, di legittimazione. Col timbro della magistratura. Non serve conoscere il diritto per capirlo.
Colpisce l’ambizione di definire un significato «complessivo» di varie condotte che sembrano sottoposte più ai «secondo me», che altro. La gip, ripetiamo, doveva valutare la legittimità del fermo e i presupposti della custodia cautelare, compresi i gravi indizi, quindi doveva interpretare anche i messaggi pubblicati: negli estratti, però, il loro esame diventa una ricostruzione rassicurante delle intenzioni di Youssef Siher, il quale «probabilmente» questo e quello. La cancellazione dei gruppi social? È «senz’altro volta ad ostacolare l’identificazione dei partecipanti». Senz’altro. Avveniva «probabilmente a fronte di programmate manifestazioni non autorizzate». Probabilmente. Oppure avveniva per prevenire impedimenti a «proteste comunque pacifiche». L’ha deciso il gip che, a proposito anche del manuale ispirato alla rivoluzione egiziana del 2011, per dire, dice che la versione integrale trovata nel computer conteneva indicazioni offensive, è vero, ma Siher non le aveva diffuse: quindi non si può attribuirgli una pubblicazione che non ha fatto. Evidente. Se a casa di tizio trovi del materiale per costruire una molotov – nostra battuta – questo non significa che volesse usarla.
Quindi, morale, si delimita la condotta documentata (dalla polizia, dai pm) e si passa alla ricostruzione complessiva del proposito secondo il prezioso parere del gip: se in chat dicevano «dobbiamo fare come la Francia, ßsono ben organizzati e soprattutto attivi», il gip considera questo riferimento come generico, perché in Francia ci sono state anche manifestazioni pacifiche.., Come se il significato di un messaggio non dipendesse dalla conversazione in cui compare. Nelle chat si discute di danneggiamenti a banche, vetrine e municipi, e l’account del Movimento risponde così: «Importante questo, se avete materiale da girare per condividere pratiche e tattiche sarebbe più che utile». Che cosa potrà significare? Mah, chissà. Secondo la gip, Siher non sosteneva delle azioni violente menzionate da altri. La logica e la giurisprudenza sull’istigazione forse imporrebbe di considerare il contesto e i destinatari: ma potremmo sbagliarci, e il gip in ogni caso non sembra farlo, questo a parere nostro e, forse, persino del capo della procura di Milano, che forse conta di più. Nel provvedimento compaiono espressioni come mobilitazione «consapevole» finalizzata alla formazione di una «coscienza collettiva», e implicitamente si sostiene che le vetrine spaccate, le devastazioni e i saccheggi non hanno necessariamente legami con questo.
È una costruzione assolutoria che si estende dalla posizione di Youssef Siher al significato politico delle sue iniziative: la formula «allo stato degli atti» conserva una ruffianissima provvisorietà giuridica, ma, domanda: che cosa resta, nella traduzione mediatica? Restano la protesta pacifica, la mobilitazione consapevole e la coscienza collettiva. Nell’autunno delle piazze questa roba rischia di diventare un lasciapassare, chissà se il gip l’ha capito o no.
