Gli altoforni vanno spenti senza aspettare il giudizio della Cassazione. La Corte d’Appello di Milano conferma la linea tracciata dal decreto dello scorso luglio e respinge i ricorsi presentati da Ilva e Acciaierie d’Italia, entrambe in amministrazione straordinaria, contro la sospensione dell’efficacia esecutiva del provvedimento che impone lo stop dell’attività produttiva dell’area a caldo dello stabilimento ex Ilva di Taranto. Una decisione che di fatto cancella anche il terzo grado di giudizio sterilizzandone ogni verdetto. Se tra 15 giorni la Cassazione dovesse mai rivedere l’obbligo di chiusura dell’area a caldo sarà infatti troppo tardi.
Gli altoforni una volta spenti non sono recuperabili se non con ingenti e onerosi investimenti. Nuove risorse che l’ex Ilva - qualsiasi futuro avrà - difficilmente potrà permettersi né da un privato, né tanto meno dal pubblico che dovrebbe pagare con i soldi del contribuente il cortocircuito giudiziario. Ill 20 ottobre la Cassazione pronuncerà l’ultima parola giuridica, ma quella industriale è stata detta ieri, la situazione è comunque chiara: gli altoforni che hanno fatto la storia del siderurgico di Taranto vanno spenti. Uno dei punti centrali sollevati dalle società ricorrenti riguardava le modalità tecniche con cui dare esecuzione a questo stop. In particolare, i commissari chiedevano di poter mantenere gli impianti in una condizione di pre-riscaldo, evitando lo spegnimento completo degli altiforni. La Corte, tuttavia, ha chiarito che questa richiesta esula dall’oggetto del procedimento cautelare. Il compito dei giudici, in questa fase, non è stabilire quale sia la modalità tecnica più appropriata per eseguire il decreto, né autorizzare una particolare configurazione degli impianti. E anche ipotizzando che lo spegnimento degli altiforni possa provocare conseguenze rilevanti sulla possibilità di riprendere la produzione, questo rischio, secondo i giudici, deve comunque cedere di fronte alla tutela della salute.
La Corte richiama la sentenza della Corte di giustizia Ue del 25 giugno 2024: quando l’attività di un impianto presenta pericoli gravi e rilevanti per l’ambiente e la salute umana, la normativa europea impone che l’esercizio dell’impianto venga sospeso.
La Uilm, come le altre sigle, chiede ora di riconvocare con urgenza il tavolo di confronto: «Non ci sono più alibi per nessuno - tuona il segretario generale, Davide Sperti -. Bisogna riprendere la discussione, anche sull’uso degli strumenti straordinari previsti dal decreto, così da mettere in sicurezza i lavoratori diretti, quelli di Ilva in amministrazione straordinaria e l’intero sistema degli appalti». Intanto, da fonti governative trapela che oggi andrà in scena a Palazzo Chigi un vertice urgente tra i ministri competenti (Lavoro, Imprese, Ambiente). Il governo riconvocherà i sindacati e metterà a terra il piano per la Cig finchè non si conclude la vendita ai privati dell’area a freddo: le offerte sono attese entro metà mese ma è probabile che la dead line slitti ancora. La situazione è ferma da settimane, la cordata italiana guidata da Federacciai studia l’eventuale offerta così come gli indiani di Jindal. Sullo sfondo si aprirà poi la partita che riguarda le bonifiche dell’area a caldo.
