«È stato il casus belli che ha consentito di risolvere un problema»: si tratta di un passaggio decisivo nella ricostruzione del caso Autogrill, che assume oggi un peso completamente diverso perché a parlare è Franco Gabrielli. È l’uomo che nel 2021, quando Report mandò in onda le immagini dell’incontro tra Matteo Renzi e Marco Mancini, sedeva a Palazzo Chigi come autorità delegata per la sicurezza della Repubblica. E dunque aveva competenza politica proprio sul comparto dell’intelligence nel quale Mancini operava.
Le parole rilasciate da Gabrielli in un colloquio con Il Giornale non certificano collegamenti occulti dietro la fotografia. Anzi, su un punto l’ex sottosegretario è netto: gli accertamenti effettuati sulla professoressa non avrebbero fatto emergere legami con la vicenda. Accertamenti che però «non sacramentano la realtà, ma quello che in qualche modo ti vogliono far conoscere e sapere. Quindi, se mi chiedeste se ci metto la mano sul fuoco e che tutte le cose che mi hanno detto sono vere, direi di no, per la semplicissima ragione che io non ho vissuto specificamente quelle cose».
Però un ex 007 è stato mandato in pensione anticipata, e il motivo è legato al mondo dei sevizi segreti. O meglio, a una loro piccola parte. Ma la domanda da porsi è: a chi era scomodo Mancini? E, soprattutto, che ruolo ha giocato il rapporto che si stava deteriorando tra l’allora premier Giuseppe Conte e Luigi Di Maio, ex ministro degli Esteri? «Il suo comportamento stava creando una destabilizzazione interna», spiega Gabrielli. Destabilizzare i servizi segreti vuol dire andare a toccare il sistema di informazione per la Sicurezza della Repubblica. Mancini era così potente? E, se fosse stato in grado di terremotare un simile apparato, bastava allontanarlo senza prendere alcun tipo di provvedimento terzo? Riportiamo quindi a Gabrielli alla memoria una frase che disse a Giovanni Minoli, in cui faceva riferimento a «per tutta una serie di altre questioni che non è il caso di approfondire». E, dopo aver confermato, aggiunge che è una vicenda che si esaurisce con il caso dell’Autogrill, ma andava avanti da tempo. «Mancini aveva la scorta perché si riteneva minacciato dall’Aise. Vi sembra possibile che in un paese normale, una persona abbia una scorta perché si sente minacciata da un’istituzione?». Detto che la storia, recente e passata, insegna come anche all’interno dei grandi apparati che garantiscono quotidianamente la sicurezza nazionale ci siano dei soggetti che agiscono per altre logiche, qualcuno a Mancini deve averla pur accordata la scorta. E chi ha preso la decisione di legittimare un ipotetico «delirio»? Dopo averglielo fatto notare però spiega che «quando gli fu tolta la scorta per fortuna sua e nostra non è successo niente». Ma non è detto che l’assenza legittimi la mancanza di necessità di una forma di protezione. La vicenda dell’Autogrill però, secondo l’ex capo della Polizia, è solo la famosa goccia che aveva fatto traboccare un vaso. Perché, allora, non ci sono stati, negli anni, sanzioni o provvedimenti disciplinari nei confronti dello 007? Stando alla ricostruzione di Gabrielli, Mancini non era una persona gradita agli apparati. Ciò però non spiegherebbe perché, anche a breve distanza dal famoso scatto Renzi-Mancini, un ministro lo tenesse così in considerazione. Poteva Di Maio essere all’oscuro di vicende così delicate che, in quanto titolare della Farnesina difficilmente poteva ignorare? «All’interno dell’Aise c’era una sorta di competizione che metteva a rischio la serenità della struttura. Quando dico questo dico che l’attivismo di Mancini per ottenere la vice dirigenza dell’Aise era un elemento che comportava una serie di problemi ai vertici». Chiunque nutre legittimamente aspirazioni a ricoprire un ruolo più elevato. O Mancini lo ha messo in atto in modo improprio? Se si tratta di pura ambizione, beh, non dovrebbero ravvisarsi profili penali. Nel secondo caso, invece, essendo il fascicolo presso la Procura di Ravenna ancora in essere (per diffamazione), forse potrebbe arricchirsi di nuovi elementi e testimonianze che facciano luce una volta per tutte sulla «pericolosità» interna dello 007. E poi la casualità: un problema che, per stessa ammissione di Gabrielli, non veniva arginato da tempo, si riesce a riscrivere grazie a una professoressa di Viterbo che per caso passa il 23 dicembre nell’area di servizio di Fiano Romano. Una professoressa così curiosa a cui non basta scattare una foto, ma che decide di filmare tutti e 14 i minuti dell’incontro. Un incontro di cui in prima battuta dice di non aver udito nulla. Per poi contraddirsi riferendo una frase che i due si sarebbero scambiati. La professoressa ha sostenuto di aver scattato la fotografia perché voleva inquadrare Renzi. Eppure, quelle immagini finiranno per documentare Marco Mancini in una posizione frontale con l’ex presidente del Consiglio che si vede lateralmente. In altre parole, la donna racconta di puntare il telefono su un politico riconoscibile perché vuole fotografare lui, ma nel raggio dell’inquadratura si trova proprio l’uomo la cui presenza trasformerà quella fotografia da una curiosità privata in un caso politico e istituzionale. Se Mancini «stava ingenerando all’interno di un meccanismo delicato come l’Aise» forti turbolenze, tanto da ritenere la sua cacciata «una decisione forte nell’interesse della struttura», siamo certi che Mancini, o chi per lui, non debba aggiungere alcun dettaglio?
