Leggi il settimanale
Aggiornato alle ore 11:16
Magistratura

L’ultima di Brusca sulle stragi mafiose. “Incolpare la sinistra per aiutare il Cav”

Al processo contro Baiardo il pentito “a gettone” rispolvera temi anche già smentiti dai processi

Un momento del processo sulla strage di Capaci bis durante il quale depone il pentito Giovanni Brusca nell'aula bunker del carcere di Rebibbia, Roma, 24 novembre 2014. ANSA/MASSIMO PERCOSSI

Per processare un ex gelataio di Omegna, in sintesi, si rimette in scena la stagione delle stragi e si ridà voce al pentito a gettone Giovanni Brusca, già noto per infinite contraddizioni messe agli atti, per la memoria a cottimo e, ovviamente, per avere Silvio Berlusconi nell’ampio repertorio dal quale tra l’altro aveva già estratto quello che ha detto ieri. Brusca, a Firenze, questa volta ha infilato anche il neofascista Paolo Bellini, che è roba da prenderlo come autore a Report (Brusca, non Bellini) e quindi da capo: per processare un ex gelataio di Omegna, che di passaggio è che anche un calunniatore, un complice in procurata evasione fiscale, un truffatore e un favoreggiatore di due mafiosi stragisti (i fratelli Graviano, ergastolani per aver ammazzato Borsellino e la scorta) i notiziari stanno dando spazio al suo reiterato racconto secondo il quale a suo tempo voleva attribuire le stragi alla sinistra per favorire Berlusconi, questo tramite lo stalliere di Arcore Vittorio Mangano, il quale avrebbe riferito ai boss che Berlusconi li ringraziava e che prometteva di aiutarli. Ancora: Brusca e Leoluca Bagarella, fratello della moglie di Riina Ninetta Bagarella (dicasi cognato) avrebbero però incaricato Mangano di recapitare a Berlusconi anche una minaccia: guai se non avesse aiutato Cosa nostra, sarebbero esplose altre bombe per danneggiarlo. Brusca poi ha ripetuto anche la storia dell’orologio da 500 milioni di lire che Matteo Messina Denaro gli avrebbe raccontato, meglio: che Giuseppe Graviano avrebbe visto al polso di Berlusconi e che allora Graviano avrebbe raccontato di aver visto a Matteo Messina Denaro che lo avrebbe raccontato a Giovanni Brusca che ora lo racconta di nuovo a noi, perché è la seconda volta.

Quindi, ieri, Brusca ha parlato anche della latitanza al Nord dei fratelli Graviano e ancora della propria adesione, poi ritirata, a Sicilia Libera, un progetto separatista mafioso, infine attribuendo al neofascista Paolo Bellini (condannato per la strage di Bologna) l’idea di usare delle opere d’arte per ottenere benefici dallo Stato, questo anche rubando un quadro a Firenze, cosa di cui a Brusca aveva invece parlato il mafioso Antonino Gioè. Non sembra neanche più un servizio di Report, magari uno di Paolo Mondani: sembra l’indagine Sistemi criminali di Roberto Scarpinato del 1998, ovviamente archiviata. Da capo, dunque: a Firenze si processa un ex gelataio di Omegna (lo diciamo per chi si fosse messo all’ascolto in questo momento) per calunnia e favoreggiamento aggravati per via di una presunta fotografia di Berlusconi inquadrato con Giuseppe Graviano e il generale Francesco Delfino, la quale foto Massimo Giletti (Rai Tre) dice di aver visto nelle mani di Baiardo. Domanda: Brusca dice di aver visto questa foto? No. Il racconto dell’orologio è nuovo? No, è vecchio e di seconda mano, e non prova né che la foto esista né che Baiardo l’abbia mostrata a Giletti.

Un paio di cose che si possono aggiungere, a questo chiaro nitido e lineare, sono le seguenti. Emanuele, il fratello di Brusca, già nell’ottobre 1996, svelò che Giovanni stava inscenando un falso pentimento che prevedeva menzogne per proteggere il figlio maggiore di Riina, delegittimare altri pentiti e, nel piano, raccontare di un incontro in aereo con Luciano Violante. Tutte convinzioni presentate come fatti. «Molte volte esprimo un mio pensiero come un fatto certo» ammise Brusca: quindi le sue convinzioni dovremmo ridicolmente farle equivalere a prove, ipotesi già ridicolizzata dalla sentenza MoriObinu del 2013. Dice anche, la sentenza, che Brusca era connotato da «una certa improvvisazione», e ricordi precari, influenze della stampa e un possibile interesse a compiacere l’accusa ossia dei magistrati. L’orologio da 500 milioni: ne aveva già parlato il 16 ottobre 2018, più di 22 anni dopo essersi pentito, e, come detto, per sentito dire. Si giustificò: «Mi era sembrata una cosa secondaria». Poi. Le dichiarazioni di Giovanni Brusca su stragi e Dell’Utri e sinistra sono state giudicate dalla Cassazione (9 maggio 2014) come «generiche, incerte, contraddittorie e intrinsecamente non credibili». Informazione di servizio: Brusca è stato scarcerato il 31 maggio 2021, ha terminato la libertà vigilata nel maggio del 2025 e vive protetto dallo Stato italiano. Ora la libera stampa può decidere che mestiere vuole fare.

Commenti

I commenti non sono al momento disponibili e saranno ripristinati non appena possibile. Grazie per la pazienza.