C’è una cosa peggiore di una giustizia che sbaglia: una giustizia che non ammette di poter .sbagliare. È questo che dovremmo ricordare davanti al caso Garlasco. Non per stabilire chi sia innocente e chi colpevole: spetta ai magistrati. La questione riguarda il rapporto fra il cittadino e quella parola enorme, solenne e a volte terribile che chiamiamo giustizia. Una sentenza definitiva è necessaria: mette fine al processo. Non rende però infallibile ciò che è stato deciso. È opera degli uomini, nasce da prove, perizie, testimonianze e dalla loro interpretazione. Dove giudica l’uomo, l’errore è possibile. Il cittadino vede prima lo Stato affermare una verità oltre ogni ragionevole dubbio. Anni dopo vede altri magistrati tornare a cercare e verificare. E si domanda: se era vero, perché cercare ancora? Perché la forza della giustizia non consiste nell’avere sempre ragione, ma anche nel riconoscere quando potrebbe avere avuto torto. A questo servono gli strumenti di revisione: non smentiscono lo Stato di diritto, lo garantiscono. Se un’ingiustizia fosse stata commessa attraverso la giustizia, solo la giustizia potrebbe ripararla. Non la piazza, non la tv, non le tifoserie dell’innocenza e della colpevolezza. Un giudice, attraverso le regole del processo. Resta la domanda più difficile: quando la giustizia sbaglia, chi paga? Se un innocente viene privato della libertà, paga con gli anni. E nessuno può restituirli. Non si tratta di trovare un colpevole per ogni errore, ma di non considerarlo una fatalità. È questo il garantismo: non indulgenza verso il colpevole né diffidenza verso i magistrati, ma il limite che lo Stato pone alla propria forza quando è in gioco la libertà di un uomo. William Blackstone lo scrisse più di due secoli fa: «È meglio che dieci colpevoli sfuggano alla pena, piuttosto che un innocente soffra». Garlasco può essere allora non solo una crisi della giustizia, ma la sua prova più difficile: usare la giustizia per rimediare a un’eventuale ingiustizia. Una sentenza deve poter essere definitiva. Un’ingiustizia, mai.

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