Roberto Scarpinato vuole portare in giudizio il Senato di cui fa parte: l’ha scritto il Fatto Quotidiano di ieri dove si favoleggiava di un’istanza urgente del senatore contro un «vero e proprio spionaggio politico» che intravede, tra gli spioni, la Procura di Caltanissetta e la Commissione parlamentare antimafia, coalizzate per delegittimarlo più di quanto sia. Il Senato deve difenderlo, dice Scarpinato, altrimenti dovrà occuparsene la Corte costituzionale: i suoi nuovi avversari sono quindi rispettivamente il Parlamento dove siede e la Commissione antimafia dove siede. Tenendo conto che Scarpinato è destinato a passare alla storia per delle archiviazioni, la statistica suggerisce che potrebbe andare ancora così.
Scarpinato aveva già fatto un ricorso analogo: la Consulta aveva riconosciuto la possibilità di agire eccezionalmente contro la propria Camera e però, attenzione, non aveva dichiarato illegittime le intercettazioni di cui Scarpinato si scandalizza in quanto ospite indiretto: ma Il Fatto, ieri, ha titolato lo stesso «Intercettato abusivamente».
La verità riguarda una serie di date a cui Scarpinato pensa sempre, e non senza ragioni. La prima è sicuramente il 13 luglio 1992, ossia quando, assieme al collega Guido Lo Forte, chiese l’archiviazione di alcune posizioni di mafiosi (alcuni dei quali poi condannati per mafia in altri procedimenti) e questo all’insaputa di Paolo Borsellino: il quale sarebbe saltato in aria tre giorni prima che la richiesta già predisposta fosse depositata. Su questo, dopo 30 anni di buio storico, è concentrata la Commissione antimafia, che alla fine di quest’anno ne relazionerà con la partecipazione indiretta della Procura di Caltanissetta, che a sua volta ha indagato e indaga sul procedimento «mafia e appalti» come causale delle stragi del 1992, e quindi anche, e soprattutto sulla parte parzialmente archiviata da Scarpinato e Lo Forte. Ma tra i filoni archiviati di Mafia-appalti non c’era solo quello, ce ne furono diversi altri, e, tra questi, uno archiviato dal collega di Scarpinato che si chiama Gioacchino Natoli, il quale chiese addirittura la distruzione delle bobine e dei brogliacci della sua indagine: ed è intercettando Natoli, e non Scarpinato, che i dialoghi telefonici tra i due ex magistrati sono finiti tra le carte di Caltanissetta e dell’Antimafia. Tutte carte che riguardano una richiesta di archiviazione già formulata a Caltanissetta (Scarpinato neppure indagato) più un’altra (con Natoli indagato) che con ogni probabilità sarà formulata quanto prima. Quindi nessuno ha da temere delle conseguenze penali, ma solo verità e meschinità storiche. Roberto Scarpinato vuole tacitare le concertazioni che Natoli diede all’Antimafia perché, si legge, «saremo sulla stampa con queste cose! Dobbiamo rispondere subito!» (29 agosto 2023) e «Tu mi devi dire che» (18 gennaio 2024) e ancora «Io mi concentrerei su mafiosi che hanno reso dichiarazioni successivamente» (propone Scarpinato) perché la sua linea è difendersi dall’accusa di non avere utilizzato conoscenze che sarebbero ufficialmente maturate dopo, le quali conoscenze, però, Paolo Borsellino aveva già maturato eccome, perché lui stava indagando mentre altri paladini dell’antimafia archiviavano. È per questa conoscenza che fu accelerata la sua fine nella Procura di Pietro Giammanco, che poi chiese il trasferimento. È una delle verità storiche che Scarpinato teme: «Io ho consegnato questa lettera, sono andato a casa di Pietro Giammanco, stavo male, lui stava male e stavamo male tutti, ma veramente stavamo male, avevamo le lacrime agli occhi perché è un problema di esercizio della giurisdizione penale a Palermo. Per il resto Pietro Giammanco è uno straordinario organizzatore, grande manager dell’organizzazione e quindi, per quanto riguarda i colleghi, motivi sostanziali di contrasto io non credo ce ne siano; non si tratta di una sfiducia nell’uomo» (Roberto Scarpinato, audizione riservata Csm del 29 luglio 1992, parte riservata). Questo era Scarpinato.
