I messaggi diffusi da Youssef Siher non prospettavano «l’attuazione di azioni violente». Anzi, avrebbero promosso una «mobilitazione collettiva, “consapevole”, di protesta contro le attuali politiche governative, capace di coinvolgere il maggior numero di persone». Straccia completamente l’impianto accusatorio della procura, la gip Tiziana Landoni, che ha scarcerato il trentenne sostenendo che siano basate sul nulla le accuse di istigazione delinquere aggravata dal terrorismo, nonché la nuova di violenza organizzata nei cortei. Spingendosi persino a dire che Siher abbia avuto «l’obiettivo di favorire, come da lui espressamente dichiarato, il formarsi di una coscienza collettiva».
Altro che «dichiarazioni di guerra continua», con lo scopo di «arrecare un grave danno allo Stato» e «di intimidire la popolazione, suscitando nella società nel suo complesso un turbamento profondo e perdurante», come si leggeva nella richiesta di convalida del fermo e di misura cautelare in carcere firmata dalla pm Francesca Crupi e dal procuratore Marcello Viola. Per la giudice preliminare quei messaggi non sono reato, ma un legittimo esercizio delle libertà costituzionali. Proprio come evidenziato dai difensori, gli avvocati Benedetto Ciccarone e Yasmina Abu Sharar, che ieri rispondendo all’Adnkronos non escludono nemmeno che Siher torni a breve a postare e messaggiare.
«Non ne abbiamo parlato... Questo lo vedrà nei prossimi giorni». La gip – secondo la quale non esiste il pericolo di fuga - sostiene pure che non vi sia responsabilità diretta del trentenne anche nei post di altri utenti delle chat Telegam del «Movimento 17 ottobre» e della pagina Instagram collegata. Neanche di quelli violenti. La procura appunto era di avviso diametralmente opposto, e spiegava nei suoi atti che i comunicati e la strategia social di Siher avevano avuto lo scopo di sostenere i manifestanti che volevano creare caos, rafforzando i loro «propositi criminosi». Quella chat, e quella pagina Instagram, per i pm forniva un «supporto logistico e organizzativo, di concentrazione delle comunicazioni e di gestione della rete dei vari gruppi». Niente da fare nemmeno per l’accusa di terrorismo: «nessuna condotta in grado di arrecare un grave danno allo Stato», nessuna «finalità di eversione dell’ordine democratico dello Stato», nessun «turbamento profondo e perdurante» nella popolazione, nemmeno dopo i gravissimi fatti del week end precedente, e ancora una volta – lo ripete - semmai un tentativo «di promuovere la formazione di una coscienza collettiva».
Anche l’ormai noto documento «Rivoluzione, istruzioni per l’uso. Liberamente ispirato dal manuale della Rivoluzione del 2011», ritenuto dai pm una sorta di vademecum degli scontri, «non contemplavano l’aggregazione di persone finalizzata alla commissione di atti di violenza».
Anzi. Sempre a parere della gip, inoltre, l’invito a «fare come in Francia» da parte di Siher pare, piuttosto, un richiamo alla «costanza e in generale all’attivismo che ha connotato i movimenti di protesta francesi». Siher comunque resta indagato per i reati contestati e non è escluso che la procura decida di impugnare il provvedimento al tribunale del Riesame.
